La Boje

La boje, la boje, teare che a va par sora! Ma mi no ghè sarò.

Il ragazzo con la rana

Il ragazzo con la rana
Muore il fanciullo e nasce l'adulto Umano; muore il girino e nasce l'adulto Rana. La Morte come nascita è ciò che i veneti hanno dimenticato. Per questo c'è crisi economica e angoscia sociale.

sabato 23 gennaio 2010

I politici che spingono al suicidio i cittadini del Veneto.


In questo modo i politici, dalla Democrazia Cristiana, al Partito Socialista, al Popolo delle Libertà, alla Lega, sempre gli stessi personaggi anche se sotto sigle diverse, hanno ridotto il Veneto.


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Il Veneto costretto alla disperazione dall’attività di Galan, la Lega, il Popolo della Libertà, di quel Zaia che spinge per costringere i bambini in ginocchio davanti al crocifisso sputando sulle tradizioni dei Veneti e offendendo la Costituzione della Repubblica.
La gente si ammazza.



I politici in Veneto, dalla Democrazia Cristiana, al Partito Socialista, al Popolo dele Libertà, alla Lega, per i loro interessi personali, spingono i Veneti al suicidio.
I cittadini del Veneto si ammazzano rispondendo alle attività cattive e criminali di Galan e della giunta del Veneto che deruba i cittadini delle loro risorse e dei loro diritti. Impongono illegalmente il crocifisso con la complicità dei magistrati.
Queste sono le notizie di questi giorni (per vari lavori ho dovuto trascurare un po’ il blog di Informazione Veneta).
Il panettiere si è ucciso ieri e il giorno prima si è ucciso l’avvocato a Padova.
Riporto le notizie:




S’impicca schiacciato dalla crisi
Giuseppe Nicoletto, 40 anni, fornaio, aveva da poco venduto il laboratorio a Cadoneghe (Padova). A trovare il suo corpo è stato proprio l’uomo che ne aveva rilevato l’attività




CADONEGHE. Deve aver fatto un bilancio dei suoi quarant’anni e i conti non gli sono piaciuti: senza più un lavoro, senza più la famiglia, ha preso una corda e si è impiccato in quello che fino a pochi mesi fa era il suo laboratorio da fornaio in via Mazzini 6 a Cadoneghe. A trovarlo ieri, verso mezzogiorno, l’ uomo che alcuni mesi fa gli ha rilevato l’attività: aperta la porta, si è trovato davanti, appeso ad un tubo del soffitto, Giuseppe Nicoletto, 40 anni, ormai privo di vita. Nicoletto probabilmente si è ucciso il pomeriggio precedente. Nessuno aveva dato l’allarme perché l’uomo da alcuni mesi si era separato dalla compagna e a casa sua, a Vigodarzere, non c’era più nessuno ad aspettarlo. Una seconda separazione, giunta una decina d’ anni dopo il divorzio dalla prima moglie: due fallimenti che, uniti ai problemi di lavoro e alle difficoltà economiche, hanno fatto sprofondare Nicoletto nella disperazione più profonda, tanto da scegliere di togliersi la vita, ritenendo probabilmente di non avere più speranze né prospettive. Il fornaio non ha lasciato un biglietto né un messaggio per spiegare il suo gesto, la cui spiegazione va cercata nelle pieghe di quello che era diventata la sua vita. L’uomo per diversi anni aveva lavorato nel laboratorio «Il Sole» in via Mazzini 6 a Castagnara. Sfornava il pane che poi consegnava ai rivenditori; ma ultimamente le cose non andavano più bene come un tempo e Giuseppe Nicoletto non era più riuscito a far fronte alle spese dei fornitori. Tanto che verso la fine dell’anno scorso aveva ceduto l’attività ad un altro fornaio, che in questi mesi gli aveva dato lavoro in un altro laboratorio di sua proprietà. Il forno in via Mazzini era rimasto chiuso e, infatti, i vicini da mesi non sentivano più il profumo di pane fuoriuscire in piena notte. Nicoletto lo conoscevano bene i carabinieri, che durante le pattuglie serali passavano sempre a salutarlo, a vedere se andava tutto bene, ché di notte non si sa mai. Un brav’uomo, che lavorava per mandare avanti la famiglia, che si lamentava, certo, di avere delle difficoltà, ma che nessuno si aspettava potesse risolvere con un nodo scorsoio attorno al collo.
Giovedì pomeriggio si era recato al laboratorio, dove lo si vedeva ancora di tanto in tanto, perché lo stava ristrutturando insieme al nuovo proprietario. Contrariamente al solito, però, non ha parcheggiato la sua auto di fronte al portone. Che fosse dentro, però, se n’erano accorti i vicini, perché aveva tolto la catenella che segna la proprietà privata e che lasciava a terra finché era in laboratorio a lavorare. La catenella da giovedì pomeriggio non era stata più rimessa a posto, segno che probabilmente l’uomo si era tolto la vita parecchie ore prima del suo ritrovamento. L’uomo ha aperto la porta e ha visto il corpo di Giuseppe. Ha urlato e chiamato aiuto, ma ormai per Nicoletto non c’era più nulla da fare.
(23 gennaio 2010)


Tratto da:
http://mattinopadova.gelocal.it/dettaglio/s

Oltre a quest’avvocato, di cui si parla e a tale Fontana che in novembre si è impiccato, questo articolo ci dice che un altro giovane a Padova si è tolto la vita. E’ la disperazione, costruita in Veneto da politici incapaci ed infingardi che preferiscono aiutare le attività criminali di Scola, Mattiazzo e compagni anziché rispettare i principi della Costituzione. Preferiscono costringere le persone in ginocchio davanti ad un crocifisso piuttosto che assumersi i doveri per i quali sono pagati.




Padova, avvocato si suicida impiccandosi nel box della doccia
Vincenzo Antonio Colelli, stimato avvocato civilista, si è impiccato nella doccia della sua abitazione in via del Santo 41. A trovare il corpo dell'uomo sono stati due colleghi. Dopo Luca Fontana, 40 anni, morto suicida il 20 novembre, si tratta del secondo lutto in due mesi nel mondo dell’avvocatura padovana




PADOVA. Da qualche settimana faticava finanche a salutare i colleghi quando li incrociava per strada. Ieri, in tarda mattinata, alcuni di loro l’hanno trovato impiccato nella doccia della sua abitazione in via del Santo 41. Nuovo lutto nel mondo dell’avvocatura padovana. Si è ucciso Vincenzo Antonio Colelli, 39 anni, originario di San Pietro Vernotico (Brindisi), ma ormai padovano di adozione, stimato avvocato civilista. A trovare il corpo in bagno, dentro il box della doccia, sono stati due colleghi, preoccupati perché Vincenzo ieri mattina non si era fatto vedere in studio. Puntuale, preciso, ma allo stesso tempo allegro ed espansivo, proprio perché negli ultimi tempi era diventato torvo, i colleghi hanno pensato che gli potesse essere accaduto qualcosa. Un presentimento condiviso dalla proprietaria dell’appartamento dove si era trasferito il professionista. Anche la donna, infatti, Gianna Olivieri, quando si è trovata di fronte i due avvocati ha pensato al peggio. Sul posto è arrivato anche un equipaggio delle Volanti della questura per il sopralluogo, insieme al medico legale. Esclusa qualsiasi ipotesi dolosa.MOVENTE OSCURO. Vincenzo Colelli, divorziato da tempo, viveva da solo in via del Santo 41. Non ha lasciato biglietti. E per ora il suo gesto resta un mistero, tanto quanto quello di un suo collega, Luca Fontana, 40 anni, che si è impiccato alla scala a chiocciola della sua casa il 20 novembre scorso. L’unica spiegazione si lega al fatto che ultimamente Vincenzo Colelli si era chiuso in se stesso. Ma chi lo conosce dice che non aveva né problemi sentimentali, né di soldi, né tanto meno di salute. Tempo fa aveva sofferto per la morte di una sorella.Vincenzo Antonio Colelli era molto conosciuto nel mondo degli avvocati padovani. Dopo la laurea in Giurisprudenza all’Università di Bologna, l’uomo aveva trovato l’amore e lavoro nella città del Santo. Da tempo, tuttavia, si era separato dalla moglie Nadia e diceva a tutti di essere di single. Dopo la pratica nello studio legale di Laura Bergamo, Vincenzo Colelli aveva iniziato a lavorare nello studio dell’avvocato Fabrizio Seno in piazzale della Stazione 8. Il suo settore erano i casi legati all’infortunistica stradale. I TESTIMONI. «Il corpo è stato rinvenuto da due suoi colleghi. Sono stati loro ad entrare nell’appartamento ed a lanciare l’allarme». Gianna Olivieri, la proprietaria dell’a ppartamento, ieri non aveva voglia di rispondere al citofono: per lo choc si è chiusa nel suo appartamento al terzo piano della palazzina al civico 41 di via del Santo. Sotto di lei viveva l’a vvocato Colelli. Gianna Olivieri, quando ha visto i due colleghi del giovane, ha avuto un brutto presentimento. Così ha dato loro le chiavi ed è rimasta sul pianerottolo ad aspettare. Pochi istanti dopo è stata informata della tragedia. La donna è la proprietaria del negozio di pelletteria ed accessori «Giapa», sempre in via Del Santo. Negozio che ieri è rimasto aperto grazie ad una amica della donna che si è offerta di sostituirla.Nel frattempo un altro quarantenne si è tolto la vita negli ultimi tempi. Oltre a Fontana e a Colelli, un altro giovane si è tolto la vita in un appartamento vicino al Santo: lo ha fatto per una questione legata all’affido del figlio dopo la separazione.
(21 gennaio 2010)

Tratto da:
http://mattinopadova.gelocal.it/dettaglio/padova-avvocato-si-suicida-impiccandosi-nel-box-della-doccia/1835382

Questi si suicidano, mentre gli operai perdono i posti di lavoro, la struttura produttiva va in sofferenza e la Regione Veneto preferisce sperperare risorse per assicurarsi il serbatoio di voti alle prossime elezioni. Come a Treviso dove si è preferito dare i soldi alla chiesa cattolica anziché aiutare i cittadini.

Indubbiamente le più grandi organizzazioni di criminali accuseranno i magistrati ma, guarda caso, i magistrati legati a Silvio Berlusconi, a Venezia, sono fra i peggiori in Italia (quando non favoriscono inchieste pretestuose per favorire Silvio Berlusconi).
Non sono i magistrati contro Silvio Berlusconi, è Silvio Berlusconi un criminale che per non rispondere dei gravissimi reati che ha commesso sta usando il Parlamento della Repubblica contro le Istituzioni democratiche. Lo abbiamo sentito Ghedini insultare la Costituzione della Repubblica davanti alla Corte Costituzionale pur di giustificare la pretesa di Silvio Berlusconi di essere al di fuori della legge.
Riporto dalla cronaca di oggi. Ce né per tutti, dal Popolo delle Libertà, l’azienda di Silvio Berlusconi; all’azienda di Bossi e dei suoi trecentomila fucili e delle minacce contro la Corte Costituzionale; la mafia legata a Casini e al suo partito.
In questa situazione è facilmente comprensibile come, di fatto, questi politici spingono i cittadini al suicidio:


La politica - i nodi della lega
Lega a processo per banda armata
Camicie verdi, rinviati a giudizio Gobbo e altri 35
Il gup: associazione per la secessione



VERONA - «Attraverso le Camicie verdi si costituì una vera e propria associazione a carattere militare, articolata in più compagnie dislocate territorialmente, che si prefiggeva lo scopo di conquistare l’autonomia della Padania dall’Italia». E’ soltanto uno dei passaggi-chiave dell’ordinanza-fiume con cui ieri pomeriggio il giudice per l’udienza preliminare di Verona Rita Caccamo ha sancito il rinvio a giudizio del sindaco di Treviso Gian Paolo Gobbo e di altri 35 esponenti della Lega nord. Tra loro, spiccano i nomi del deputato Matteo Bragantini, dell’ex primo cittadino di Milano Marco Formentini e del consigliere comunale di Verona Enzo Flego. Tutti dovranno rispondere del reato di costituzione di banda armata e rischiano, in caso di condanna, fino a 12 anni di reclusione.
Un’accusa, quella di «costituzione di un’associazione a carattere militare», da cui i rappresentanti del Carroccio dovranno difendersi in base a una legge, la «Scelba», datata 1952 (lo stesso dettato normativo che vietò la riorganizzazione e l’attività di partiti e gruppi neofascisti), e in relazione a una vicenda, quella correlata alle cosiddette «Guardie padane», che risale niente meno che al 1996.
E così, in barba al tanto decantato «processo breve», la prima udienza del processo di primo grado è stata fissata ieri per il primo ottobre 2010 (davanti al collegio presieduto a Verona dal giudice Marzio Bruno Guidorizzi), vale a dire a qualcosa come 14 anni esatti dai fatti contestati. Per farsi un’idea, basti solo pensare che all’epoca l’attuale onorevole Bragantini aveva appena 21 anni.
Ma tant’é: tra molteplici sospensioni per le ripetute richieste di pareri e pronunciamenti vari a Camera, Senato, Parlamento di Strasburgo (perché Gobbo a quei tempi risultava europarlamentare) e Corte Costituzionale, l’interminabile udienza preliminare chiamata a stabilire se il processo di primo grado dovesse o meno avere luogo, è giunta al suo ultimo step soltanto ieri pomeriggio.
Due sedute fa, invece, ad aver visto finalmente definita la propria posizione erano stati gli otto imputati che, all’epoca dei fatti contestati, risultavano «protetti» dall’immunità parlamentare: nomi di spicco, del calibro di Mario Borghezio, Umberto Bossi, Enrico Cavaliere, Giacomo Chiappori, Giancarlo Pagliarini, Luigino Vascon, Roberto Maroni e Roberto Calderoli, usciti di scena a fine dicembre 2009 in virtù della dichiarazione di inammissibilità, pronunciata lo scorso luglio dalla Corte Costituzionale, del ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato sollevato dall’allora procuratore Guido Papalia. Per gli otto, così come già avvenuto nell’aprile 2009 per i senatori Vito Gnutti e Francesco Speroni, il gup Caccamo ha quindi decretato a distanza di 13 anni e 2 mesi dai fatti contestati «il non luogo a procedere» motivandolo con la «mancanza della condizione di procedibilità».
Tutt’altro epilogo, invece, quello sancito ieri per il sindaco Gobbo (per il quale nell’ottobre 2007 la giunta per le autorizzazioni di Strasburgo revocò le immunità non ritenendo che il comportamento di cui è accusato rientri tra quelli che un deputato europeo deve tenere) e gli altri 35 militanti leghisti rimasti senza immunità di sorta e rei, ha motivato ieri il gup Caccamo tra le righe della sua lunghissima ordinanza, di aver «partecipato e organizzato un’associazione a carattere militare, articolata in compagnie territoriali, ciascuna con il programma di affermare l’autonomia della Padania». Proprio l’attuale deputato Bragantini, a parere del gup, «rappresentava il responsabile della compagnia territoriale delle Guardie padane a Verona» e «solamente dopo l’approvazione dello statuto interno, lo scopo della secessione è stato sostituito dal rifiuto della violenza». Non solo, perché le Camicie verdi «costituivano un vero e proprio apparato parallelo alle forze armate», ha rimarcato il giudice stigmatizzando anche la scelta da parte degli indagati, Maroni escluso, di avvalersi della facoltà di non rispondere.
Pienamente accolta, dunque, la ricostruzione tracciata in aula dal procuratore aggiunto Angela Barbaglio («Anche gli scout e gli alpini hanno una struttura che può assomigliare a quella militare. Perché nessuno si sogna di processarli? Perché hanno finalità del tutto pacifiche. Le Camicie verdi e le Guardie padane, invece, avevano come finalità lo scioglimento dello Stato»), mentre l’avvocato nonché deputato Matteo Bragandì, difensore della maggior parte degli imputati, ha subito bollato il processo come «politico e del tutto inutile, visto che cozzerà quasi certamente contro il macigno della prescrizione», annunciando immediatamente «una raffica di eccezioni preliminari alla prima udienza del processo». Ennesimo rinvio all’orizzonte...
Laura Tedesco



23 gennaio 2010

Tratto da:
http://corrieredelveneto.corriere.it/verona/notizie/cronaca/2010/23-gennaio-2010/lega-processo-banda-armata-1602333995962.shtml

Sia chiaro che Bossi, Maroni, Gnutti, Speroni, Calderoli, Pagliarini, Chiappori, Cavaliere, Borghezio, non sono innocenti dei fatti ascritti, ma non sono stati rinviati a giudizio per “mancanza della condizione di procedibilità”. Restano sempre quelli che, secondo il PM hanno organizzato una banda armata e le minacce di Bossi alla Corte Costituzionale (poco prima della discussione sul Lodo Alfano) e i trecentomila fucili con cui ha minacciato l’Italia, hanno una consistenza reale di minaccia a mano armata.
Poi ci sono i miliardi di Berlusconi.
Il PM di Bologna ha inquisito il sindaco per 400 euro?
Berlusconi, secondo il PM De Pasquale, ha fatto sparire miliardi con la sua organizzazione rubandoli, di fatto, agli italiani!



Milano, il pm De Pasquale chiude l'indagine sulla compravendita dei diritti tv
Per il figlio del premier il reato ipotizzato è quello di frode fiscale
Inchiesta Mediatrade-Rti
Piersilvio indagato col padre


Ghedini: "Pervicace volontà di processare il presidente del Consiglio alla vigilia delle elezioni"
MILANO - C'è anche Piersilvio Berlusconi tra gli indagati nell'inchiesta Mediatrade-Rti sulla compravendita dei diritti televisivi, per la quale oggi il pm di Milano Fabio De Pasquale ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini. Il figlio del premier - sotto inchiesta insieme al padre - è stato consigliere di amministrazione e vice presidente della società finita nel mirino dei pm.Il reato contestato a Silvio Berlusconi è quello di appropriazione indebita, come già all'inizio dell'inchiesta; mentre per Piersilvio è ipotizzata la frode fiscale. Le persone indagate nel filone di inchiesta Mediatrade sono in tutto 12, tra cui anche Fedele Confalonieri, il banchiere Paolo Del Bue, il produttore Frank Agrama, tre dirigenti di Mediaset e due cittadini di Hong Kong.La chiusura delle indagini prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e a un nuovo processo. L'inchiesta è nata da uno stralcio da quella principale avvenuto nel 2007, anno in cui Berlusconi venne indagato per concorso in appropriazione indebita in concorso con altri. In precedenza, nel corso dell'indagine Mediaset, nell'ottobre 2005, la Guardia di finanza aveva perquisito gli uffici di Rti, società controllata da Mediaset e che ha incorporato Mediatrade, la controllata chel gruppo che dal '99 aveva sostituito la maltese Ims nell'acquisto dei diritti tv. Sempre nell'ottobre di quell'anno, in Svizzera, vennero sequestrati sui conti di una società con sede a Hong Kong di Agrama, ritenuto dagli inquirenti "socio occulto" del premier, una somma in franchi svizzeri equivalente a circa 100 milioni di euro. L'indagine avrebbe portato alla luce, secondo il magistrato, le modalità con le quali le società televisive del gruppo Berlusconi avrebbero comprato i diritti per trasmettere i film dalle major americane. Invece che contrattare direttamente i diritti ottenendo un prezzo più vantaggioso, le società del premier, è ancora l'ipotesi accusatoria, li avrebbero acquistati a un costo maggiore dalla Wiltshire di Frank Agrama, il presunto socio d'affari di Berlusconi, che, a sua volta, li aveva acquisiti dalle case di produzione americane. La differenza tra quanto pagato dalla Wiltshire e l'esborso del gruppo Fininvest/Mediaset sarebbe, secondo l'accusa, su alcuni conti in paradisi fiscali: circa 34 milioni di dollari."La Procura di Milano - ha commentato questa sera l'avvocato Ghedini - ancora una volta continua nella pervicace volontà di sottoporre a processo Silvio Berlusconi. Ed estendere l'incolpazione a Pierslivio Berlusconi, colpevole evidentemente di essere figlio di Silvio Berlusconi, è poi del tutto sconnesso da qualsiasi logica e da qualsiasi realtà fattuale. E' l'ennesimo procedimento, che non potrà che risolversi in una declaratoria di insussistenza dei fatti, alla vigilia di una delicata competizione elettorale".

(22 gennaio 2010)

Tratto da:
http://www.repubblica.it/politica/2010/01/22/news/piersilvio_indagato-2045351/


In Sicilia i partiti di Silvio Berlusconi e dell’UDC facevano il pieno di voti.
Con questa sentenza si capisce perché. E si capisce anche cosa hanno fatto (e non fatto) per seppellire quella famiglia sotto le macerie a Favara.
Non interessava nulla dei cittadini Siciliani, come in Veneto non interessa nulla dei cittadini del Veneto ai politici della giunta regionale, tanto da spingerli al suicidio.
Dovrebbe dimettersi Casini.
Riporto la notizia:


In primo grado era stata esclusa l'aggravante mafiosa
e la condanna era stata a 5 anni
Il senatore Udc: "Sono innocente ma rispetterò la sentenza.
Lascio ogni incarico di partito"
Processo Talpe alla Dda, 7 anni a Cuffaro
riconosciuto il favoreggiamento alla mafia
di ALESSANDRA ZINITI


PALERMO - Sette anni di carcere e l'aggravante di avere agevolato Cosa nostra. E' questa la condanna inflitta a Salvatore Cuffaro dalla terza sezione della Corte d'appello di Palermo. Un verdetto più pesante rispetto a quello pronunciato dai giudici di primo grado che all'ex governatore della Sicilia, oggi senatore dell'Udc, inflissero una pena di cinque anni senza l'aggravante del favoreggiamento alla mafia.In appello sono state modificate anche le altre condanne: all'ex manager della sanità privata Michele Aiello è stata inflitta una pena di 15 anni e sei mesi per associazione mafiosa, in primo grado erano 14 gli anni di reclusione. Ed è stata modificata in concorso esterno all'associazione mafiosa la condanna per favoreggiamento all'ex maresciallo del Ros Giorgio Riolo, per lui otto anni di carcere: in primo grado aveva avuto sette anni. La Corte, infine, ha dichiarato prescritto il reato contestato ad Adriana La Barbera per morte dell'imputata. Per il resto la sentenza di primo grado è stata interamente confermata."So di non essere mafioso e di non avere mai favorito la mafia. Avverto, da cittadino, la pesantezza di questa sentenza che, però, non modifica il mio percorso politico", ha dichiarato Cuffaro, nell'aula bunker del carcere Pagliarelli subito dopo il verdetto di condanna. "Ciò non vuol dire - ha continuato - che le sentenze non debbano essere rispettate dal momento che sono espresse dalle istituzioni". Poi, in una nota, ha aggiunto: "So di non aver mai voluto favorire la mafia e di essere culturalmente avverso a questa piaga, come la sentenza di primo grado aveva riconosciuto. Prendo atto però della sentenza della corte di appello. In conseguenza di ciò lascio ogni incarico di partito. Mi dedicherò con la serenità che la Madonna mi aiuterà ad avere alla mia famiglia e a difendermi nel processo, fiducioso in un esito di giustizia".Nei confronti dell'ex presidente della Regione siciliana è scattata l'aggravante per il cosiddetto "episodio Guttadauro": l'attuale senatore dell'Udc avrebbe messo il boss di Brancaccio Giuseppe Guttadauro in condizione di scoprire una microspia nel salotto di casa e questo è un fatto che, secondo l'accusa e secondo la terza sezione della Corte d'appello, presieduta da Giancarlo Trizzino, a latere il relatore Ignazio Pardo e Gaetano La Barbera, ha favorito l'intera associazione mafiosa.

(23 gennaio 2010)

Tratto da:
http://www.repubblica.it/cronaca/2010/01/23/news/processo_talpe_alla_dda_7_anni_a_cuffaro_riconosciuto_il_favoreggiamento_alla_mafia-2052861/



Questa è la situazione generale del paese.
I cittadini in Veneto si suicidano. In Sicilia restano sotto le macerie. E i politici dei partiti berlusconiani continuano a saccheggiare la società civile costringendo i bambini in ginocchio davanti al crocifisso per far piacere a Ratzinger e garantirsi il serbatoio di voti.

Domani chi sarà che si suicida?

23 gennaio 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

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