La Boje

La boje, la boje, teare che a va par sora! Ma mi no ghè sarò.

Il ragazzo con la rana

Il ragazzo con la rana
Muore il fanciullo e nasce l'adulto Umano; muore il girino e nasce l'adulto Rana. La Morte come nascita è ciò che i veneti hanno dimenticato. Per questo c'è crisi economica e angoscia sociale.

venerdì 12 febbraio 2010

Il monumanto al desiderio di felicità per i ragazzi e i cittadini che il crocifisso ha costretto alla disperazione e all'angoscia.


Spesso si desidera che accada ciò che si cerca. E lo si fa allontanando l'attenzione dall'attimo presente e predisponendo il proprio corpo alla fatalità desiderata. Quando viene uccisa nell'uomo la tensione verso il proprio futuro, la sua struttura psichica si predispone a sfruttare l'occasione per cercare l'assoluta felicità che, negli Esseri della Natura, si realizza nella morte istantanea del corpo fisico. La ricerca del suicidio delle persone rende evidente questo desiderio. Questa evidenza tende a scomparire o ad essere ignorata dagli occhi dello spettatore quando giustifica la mancata attenzione con la fatalità o, peggio, con il volere del suo dio padrone. Anche se la morale impone agli individui di nascondere i loro desideri, questi affiorano nelle azioni e sono tutti degli atti d'accusa contro i "vivi" che si sono divertiti ad imporre il dolore.



---

C’è nell’ideologia cristiano-cattolica quel delirio di onnipotenza della parola che crea (come il suo dio) che non è altro che un effetto delirante.
Questo desiderio delirante cattolico si innesta in una società che percepisce quel desiderio delirante come un insulto, un affronto, un’affermazione cattiva ed inumana.
Per questo il “monumento choc a scuola con i corpi dei fidanzati morti” è un’istigazione al suicidio e al desiderio di suicidio dei ragazzi come unica soluzione ai loro problemi.
La stupidità cattolica dice: questo è quanto vi può succedere!
Solo che il “questo è quanto vi può succedere” è detto e fatto dagli schiavisti. Coloro che spingono i ragazzi a comportamenti devastanti fino al suicidio o a desiderare di andare a sbattere per porre fine ai tormenti di un’esistenza per la quale sono stati privati degli strumenti per affrontarla.
La scena è sconcertante per il padrone! Il padrone (sia il padre, il prete, l’Istituzione e quant’altro) vede nell’incidente la morte di soggetti che si sottraggono al loro controllo: prima avevo un figlio, oggi è un cadavere buono per i vermi! Già! Possedevi un oggetto e ora si è rotto il giocattolo! Non avevi un rapporto con una persona, ma con un oggetto che possedevi e che cercava sensazioni con comportamenti azzardati perché la quotidianità non lo stimolava e spesso era fonte di dolore.
Quando i ragazzi guardano quel monumento spesso desiderano essere i corpi distrutti: non più sensazioni; non più problemi; non più dolore nell’affrontare le contraddizioni della loro esistenza.
Quel monumento serve solo a dire ai ragazzi: non avete nessun’altra possibilità!
Come del resto lo sta dicendo la società a migliaia di operai e cittadini che vengono licenziati in un’economia completamente allo sbando all’interno di una società senza prospettive per l’immediato futuro.
E’ il delirio di onnipotenza del cristiano che terrorizzato dalla morte pensa che tutti debbano essere terrorizzati dalla morte.
Dice il cristiano: “Vedi che cosa ti succede?”
Risponde il ragazzo che domani deve affrontare una prova di matematica che sarà sicuramente fallimentare perché nessuno è riuscito a fargli comprendere l’importanza della matematica in quanto migliaia di ingegneri sono disoccupati: “Magari potesse succedere anche a me anziché dovermi buttare sotto un treno!”.
I cattolici si sono dimenticati che il terrore della morte sta solo nella loro testa di individui malati e criminali che considerano il crocifisso il loro padrone. Mentre, in Natura, la morte del corpo fisico è un atto desiderato a mano a mano che il corpo fisico non è più in grado di rispondere alle sollecitazioni del mondo. Il terrore cattolico, a questo desiderio naturale che accresce con l’avanzare degli anni, ha imposto anche uno stato psichico di sofferenza ai cittadini a cui spesso non resta che desiderare la morte.
Col cattolicesimo la morte è diventata spesso l’unica possibilità di felicità rimasta ai cittadini e, in particolare, ai ragazzi.


Treviso - Ottenuto il dissequestro di rottami e vestiti li
ha portarli sotto gli occhi di tutti
Moto, vestiti e sangue: monumento choc a scuola con i corpi dei fidanzati morti
Il padre della ragazza ricostruisce la scena della tragedia
«Monito contro le stragi, lo porteremo anche nelle disco»
L’isola che non c’è: è stato chiamato così l’altare dedicato a Chiara e Omar

FONTE (Treviso) – Lei ha i jeans strappati. Anche le perline del ricamo sono macchiate di sangue. E il piede destro ha perso la calzatura marchiata D&G, sicché si vede il calzino bianco imbrattato di rosso. Pure lui ha i denim lacerati. Sotto i brandelli di tela si scorgono delle ferite. Ma entrambe le scarpe gli sono rimaste addosso, come il giubbotto da centauro che ha gli stessi colori della motocicletta, bianco, argento e blu. Eccoli Chiara Filippin e Omar Artuso, nell’istante fatale in cui la due ruote sulla quale viaggiavano a velocità sostenuta, la sera del 12 luglio 2009 a Vedelago, si scontrò con l’auto di un cinese sbucato da una laterale senza dare la precedenza.
Ma questa non è una fotografia della polizia stradale, buona al massimo a finire dimenticata in qualche fascicolo della procura. No: questo, che il prossimo 26 febbraio sarà inaugurato davanti ad una scuola di Fonte, è un monumento-choc contro le stragi della strada. Un’installazione in cui la quasi normalità dei rottami di un veicolo si carica dell’assoluto turbamento provocato dalla presenza di due manichini, vestiti con gli abiti squarciati ed insanguinati effettivamente indossati dai due fidanzati di San Zenone degli Ezzelini, la domenica in cui la 23enne ed il 24enne morirono di ritorno da una gita al mare. Il pranzo tutti insieme a Caorle, per festeggiare il diploma da geometra conseguito quella stessa settimana da Chiara, il secondo dopo la licenza linguistica. Una scelt
a anche d’affetto per papà Italo, affermato architetto ad Onè. Poi il pomeriggio in spiaggia, i parenti a ponente e la giovane coppia a levante, in un delicato gesto d’intimità. Quindi il ritorno a casa: gli altri in macchina e loro in moto, «con il casco ed il giubbotto da motociclista», come ricordano i familiari dei due ragazzi nel pannello che narra gli antefatti e spiega le finalità del simulacro, tre metri per due e cinquantacinque di dolore e coraggio. Perché ci deve volere davvero una grande forza d’animo, per superare lo strazio della sofferenza, e farsi dissequestrare i rottami di una Yamaha semidistrutta, e farsi restituire degli indumenti impregnati di morte. E poi ricomporle, quelle lamiere e quelle stoffe, su una pedana di legno che ricostruisce la tremenda scena di un duplice incidente mortale.
Un puzzle di cronaca e monito, in cui le foto dei giorni felici si incastrano con un mezzo devastato dallo schianto, i caschi graffiati dall’urto, una scarpa slacciata, una cassetta postale per il recapito di eventuali messaggi, gli articoli di giornale. E quei due fantocci con le facce blu-viola solcate di sangue, avatar di quello che però non è un film, adagiati perpendicolarmente l’uno all’altro, con le teste vicine ma gli sguardi che non si incroceranno mai più. Il monumento è stato chiamato «L’isola che non c’è». Ovvero «il luogo dove risiedono i desideri, dove mai si potrebbe verificare quanto accaduto, ma anche il luogo dei pensieri, della riflessione sulla realtà degli accadimenti che a volte si dissociano crudamente dall’apparenza, la fabbrica di quello che si vorrebbe fosse e della bellezza». Perché «l’isola che non c’è è abitata solo da giovani e Chiara ed Omar sono nella parte più bella!».
Ecco, ci vuole fegato anche per mettere un punto esclamativo, in fondo a questa specie di epigrafe che spiega il senso di un’installazione che turba. «Me ne sono accorto guardando gli studenti che collaboravano con me nell’allestimento: non scherzavano più, non parlavano neanche, semplicemente si fermavano a guardare e pensare», racconta Italo Filippin, anima di un’iniziativa concordata con il centro di formazione professionale della Fondazione Opera Montegrappa, l’istituto in cui aveva studiato Omar. Un’operazione concordata con la sezione di Treviso dell’Associazione nazionale vittime della strada, che conta di portare il memento davanti a tutte le scuole della Marca e, in estate, pure fuori dalle discoteche.
Angela Pederiva
11 febbraio 2010

Tratto da:
http://corrieredelveneto.corriere.it/treviso/notizie/cronaca/2010/11-febbraio-2010/moto-vestiti-sangue-monumento-choc-scuola-corpi-fidanzati-morti-1602443758003.shtml

Domani arrivano lettere di licenziamento e ingiunzioni da parte delle banche di pagare i debiti.
Domani l’amore ti lascia.
Domani si è interrogati a scuola.
Domani si deve affrontare una situazione psicologicamente dolorosa.
Cosa c’è di più bello e di più desiderabile che il proprio corpo sia sfracellato come quei corpi esposti?
La fine delle sensazioni come soluzione per il proprio dolore psichico.
Questo rappresenta questo monumento: la realizzazione di una situazione desiderata!
A questi ragazzi che sono morti sbattendo con la moto, nessuno chiederà di pagare le cambiali; nessuno busserà alla loro porta per sequestrare loro la casa ipotecata; nessuno li interrogherà in matematica; nessuno li separerà dall’amore.
In altre parole: NESSUNO PROVOCHERA’ LORO PIU’ DOLORE!
Nemmeno il dio padrone dei cristiani!
Per questo motivo questo monumento è un monumento ad una situazione desiderata, cercata, voluta, come la realizzazione dell’estrema felicità che la società civile, sottoposta al terrore del crocifisso, della sofferenza da imporre ad ogni costo, cerca come ultima soluzione ai problemi personali.
Il monumento sta a dire ai ragazzi: questa è l'unica vostra possibilità di felicità!
Domani altre pesone saranno licenziate e altre banche sequestreranno le case dei mutui non pagati!

12 febbraio 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

Nessun commento:

Posta un commento