La Boje

La boje, la boje, teare che a va par sora! Ma mi no ghè sarò.

Il ragazzo con la rana

Il ragazzo con la rana
Muore il fanciullo e nasce l'adulto Umano; muore il girino e nasce l'adulto Rana. La Morte come nascita è ciò che i veneti hanno dimenticato. Per questo c'è crisi economica e angoscia sociale.

giovedì 13 maggio 2010

Chiesa cattolica e la malattia del Veneto che porta al suicidio.


Ogni malattia ha le sue cure. Spesso, alla malattia che i cattolici impongono ai cittadini del Veneto, questo è l'unico sollievo che i cittadini conoscono per il loro dolore. Qualche volta si sparano, qualche volta si annegano, qualche volta si gettano dai palazzi. Cambia il metodo per risolvere il dolore, ma sempre uguale è la malattia che lo provoca e sempre la chiesa cattolica è la causa prima che induce al suicidio. (foto prese dall'web)
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Ancora corda per l’impiccato. Ancora un cappio con cui impiccarsi.
L’attenzione della stampa è sempre centrata sulle spiegazioni razionali, come se queste giustificassero il suicidio. Non ci si rende conto di quanto siano ridicole le spiegazioni razionali. A volte anche offensive. Ma di che cosa si può parlare se non solleticando il desiderio di chi può dire “Che scemo, si è suicidato per così poco”. La ricerca delle cause è un impegno dell’abitare il mondo che non appartiene al giornalista che deve, innanzi tutto, vendere la sua notizia confezionandola alla meno peggio.
Sostituendo alla causa reale che porta al suicidio con la causa apparente, personale, individuale, si evita che il suicidio sia considerata una malattia sociale. Un’emergenza della società. L’imbecille si è ammazzato perché era conchiuso su sé stesso; non perché era malato di una malattia indotta della quale non trovava l’uscita perché l’educazione cattolica lo aveva costretto a mettersi in ginocchio davanti ad un crocifisso anziché fornirgli gli strumenti con cui gestire la sua vita.
La malattia non si vede. Si è abituati a considerarne i sintomi come parte del carattere: “il carattere dei veneti”. Anziché la “malattia dei veneti”.
Sostituendo la causa apparente (spesso come fattore scatenante del gesto estremo) alla causa reale, la malattia che dilania l’individuo chiudendogli anche le possibilità che avrebbe, si mantengono inalterati i fattori sociali che inducono al suicidio: la capacità della chiesa cattolica di dilaniare il tessuto sociale distruggendo nei ragazzi la possibilità di appropriarsi di strumenti adeguati con cui affrontare la loro vita.
Sempre, questi ragazzi dilaniati dalla chiesa cattolica, agiscono come armi di distruzione nel tessuto sociale, come bulli e delinquenti, come operai arroganti, capi e capetti, come imprenditori o professionisti che oscillano fra la prepotenza legale e l’illegalità criminale, di varia natura finendo per aggredire tutti coloro che, al contrario di loro, hanno degli strumenti appena sufficienti per affrontare il loro presente. Poi, quando il loro problema si fa ingestibile in quanto si innesta su una personalità chiusa ad ogni modifica del proprio presente e handicappata rispetto al futuro immaginato, non resta che suicidarsi.
Per questo il giornalista si scatena, con manciate di particolari, sulla causa apparente (più o meno pietoso a seconda della sua partecipazione emotiva nei confronti del morto, ma sempre in assoluto disprezzo nei confronti della società civile che cerca risposte adeguate e non apprezzamenti per il morto), difendendo e proteggendo, di fatto, le condizioni che riproducono nella società la malattia che porta al suicidio.
Ogni singolo suicidio diventa un evento individuale e non la manifestazione di una condizione sociale. Intanto la chiesa cattolica, con il suo odio e la sua necessità di far ammalare la società, devasta i ragazzi oggi per costruire cause disgreganti nella società che si manifesteranno fra trenta o quaranta anni. Fra trenta o quaranta anni a chi vuoi che importi, in una società che vive di emergenze e non di programmazione e pianificazione, andare a cercare le cause di un evento in situazioni di quarant’anni prima e risalire la sequenza degli adattamenti soggettivi che portano al gesto finale?
Riporto l’articolo:

Il documento gli era stato ritirato: guida in stato di ebbrezza.
E l’auto gli serviva per lavorare
Perde la patente e si toglie la vita
Asolo, capo cantiere di 43 anni s’impicca nell’armadio di casa
ASOLO (Treviso) - Gli ritirano la patente perché aveva bevuto troppo e si uccide. È accaduto ad Asolo, nel Trevigiano. La vittima è un 43enne, di professione capocantiere. Lunedì sera l'uomo si è impiccato dopo aver aperto i rubinetti del gas del suo appartamento, dove viveva solo dopo essersi lasciato con la sua storica fidanzata. Loris Guidolin, suo datore di lavoro, lo ricorda con affetto. «Un bravo operaio, sapeva dirigere la squadra con precisione. Non capiamo il perché di un gesto tanto estremo, soffriamo per la famiglia ». Lunedì scorso, verso le 21, l’allarme era partito da alcuni vicini di casa del 43enne, che avevano sentito un forte odore forte di gas provenire dal suo appartamento.
I Vigili del fuoco hanno evacuato la palazzina dove viveva in via Lauro, a Villa d'Asolo, una frazione della perla della Pedemontana. Si temeva una esplosione, i rubinetti del gas erano tutti aperti. I pompieri, dopo aver scongiurato il pericolo, lo hanno trovato impiccato dentro l'armadio della sua camera da letto. I militari di Asolo, chiamati sul posto per le indagini di rito, hanno cercato da subito di capire i motivi del gesto estremo. Hanno contattato la sorella, l'ultima parente vicina che gli era rimasta dopo la morte dei genitori. La donna vive a Ciano del Montello, a pochi chilometri dal fratello. Qualche amico ha spiegato ai militari del rapporto che il 43enne aveva avuto nell'ultimo periodo con le donne. Aveva rotto da qualche tempo con la fidanzata storica, di Spinea, nel Veneziano. Da alcuni mesi era nata una nuova relazione, con una giovane di origine romena, residente a San Martino di Lupari, nel Padovano. Ma anche in questo caso la serenità mancava. Così, le sue giornate venivano ritmate dal lavoro.
Dipendente da poco più di un anno alla «Adriatica Strade» di Castelfranco Veneto, sempre nel Trevigiano, l'uomo era stato assunto come capocantiere. Dirigeva il lavoro di cinque operai sulle strade, dove la sua azienda lo inviava a realizzare i progetti e i cantieri in corso. L'ultimo era stato aperto nel Vicentino. I suoi colleghi di lavoro lo avevano visto fino a venerdì. Poi sabato era piovuto e tutti erano rimasti a casa. Lunedì, nuova pausa per via della pioggia. E l'ultima telefonata: «Ci sentiamo per domani, vediamo a che ora andar su». Quella sera, si sarebbe ucciso. A scatenare la sua reazione, almeno secondo gli inquirenti, un episodio che gli era capitato un paio di giorni prima. Gli era stata infatti ritirata la patente per guida in stato di ebbrezza. Praticamente, si trovava da solo, nel suo appartamento che aveva comperato a Villa d'Asolo quattro o cinque anni fa, e non poteva più muoversi. Quei mesi senza il documento di guida gli sono apparsi evidentemente troppo lunghi, nonostante al lavoro potesse comunque andarci tramite il furgone aziendale. La sua qualifica non implicava il dover guidare, neppure in cantiere.
Ma quell'infrazione, tanto costosa quanto umiliante, unita a emozioni che solo lui ha potuto vivere, gli sono forse sembrate troppo difficili da gestire. La comunità di Ciano del Montello si stringerà attorno ai suoi parenti e amici domani mattina, alle 10.30, quando si celebreranno i funerali. L'ultimo ricordo è di Guidolin, il suo datore di lavoro: «Era un bravo lavoratore, una persona della quale ci si poteva fidare. Forse introverso, preferiva la solitudine e si confidava raramente coi colleghi di lavoro. Nessuno pensava potesse arrivare a tanto, non sapevamo neppure che gli avessero ritirato la patente. Siamo vicini alla famiglia, siamo molto addolorati».
Mauro Pigozzo
13 maggio 2010

Tratto da:
http://corrieredelveneto.corriere.it/treviso/notizie/cronaca/2010/13-maggio-2010/perde-patente-si-toglie-vita-1703010462020.shtml

Se la patente non gli fosse stata ritirata, si sarebbe impiccato con altre motivazioni. Voleva impiccarsi perché era malato: il ritiro della patente è solo un fattore "formale" e "accidentale".
La psicanalisi tentò di risalire alle cause che portano alla manifestazione dei problemi presenti nelle persone. Però la psicanalisi si arrese quando le sue scoperte l'avrebbe dovuta spingere ad emettere un atto d’accusa contro la morale della società. La psicanalisi non realizzò che parte dell’imprinting, con cui l’individuo al momento della nascita si predispone ad affrontare il mondo, era trasferito dalla madre al feto fin nella pancia. Per cui, il condizionamento educazionale imposto alla madre e i suoi adattamenti si impongono già sul feto prima che sul bambino. La psicanalisi non prevedeva l’esistenza del meccanismo dei neuroni specchio anche se individuò nel linguaggio non verbale parte delle radici dei problemi emotivi dell'individuo. La psicanalisi era un prodotto della ragione e non prevedeva i meccanismi di relazione empatia e di adattamento emotivo dell’individuo come risposta alle condizioni emotive del mondo in cui viveva. Né la psicanalisi prevedeva che il mondo in cui viviamo fosse, in realtà, un crogiolo emotivo sconosciuto alla ragione capace di incide sugli adattamenti emotivi del soggetto senza che la ragione ne avesse un controllo. La psicanalisi, come tutte le scienze, ha sempre avuto in disprezzo l’apparato emotivo dell’uomo esaltando la coscienza e, in particolare, la coscienza razionale dell’individuo negando, di fatto, l'immenso che circonda l'uomo e che pure sull'uomo agisce. Così, mentre la chiesa cattolica devasta la struttura profonda dell’individuo rendendolo incapace e impotente ad affrontare la vita nell’attesa di un povero pazzo che venga dalle nubi con grande potenza, un disgraziato si suicida perché il ritiro della patente fa esplodere la malattia di impotenza in tutta la sua vastità.
E’ la malattia del Veneto.
Così stò sulla riva del fiume della vita a veder navigare i cadaveri del disastro che percepisco, ma che, sembra, non riesca a comunicare.
Non sempre i cadaveri che passano sono quelli che il mio desiderio anela, né tutti i cadaveri prodotti dalla malattia sociale passano sotto i nostri occhi. Spesso l’informazione, li nasconde.


Non faccio a tempo a pubblicare questo post oggi, che immediatamente arriva un’altra notizia da Oderzo.
Un commerciante si è dato fuoco.
Lo so! Tutti vogliono i particolari raccapriccianti. Sono in attesa di abbeverarsi dai particolari, ma sta di fatto che la malattia del Veneto colpisce ancora e alimenta la cronaca. Con la sua violenza sui bambini la chiesa cattolica ha colpito ancora: questa persona poteva andare in una biblioteca e leggersi un libro, un testo rilassante e piacevole, come la Critica alla Ragion Pura di Kant oppure Il Capitale di Marx, oppure le opere di Umberto Galimberti, ma, invece, non sapeva far altri che acquistare una tanica di benzina e darsi fuoco. Eppure, andare in biblioteca gli sarebbe costato meno e i suoi problemi soggettivi sarebbero stati affrontati comunque.
Riporto la notizia.
oderzo
Si cosparge di benzina e si dà fuoco
Muore nel centro del paese
La vittima è un 68enne, pare con problemi di natura psichica. Inutile i tentativi di alcuni passanti di spegnere le fiamme. Buio sulle ragione del gesto

ODERZO (Treviso) – Si uccide dandosi fuoco in centro al paese. È accaduto ad Oderzo, nel Trevigiano, alle dieci di stamattina. Giancarlo Canevese, 68enne residente in zona, si è presentato tra via Postioma Camin e via Postioma Fratta con una tanica di benzina, che pare avesse portato con sé da casa in autobus. Poi si è cosparso del liquido infiammabile e si è dato fuoco. Inutile il tentativo di alcuni passanti di salvarlo, chiamando ambulanza e vigili del fuoco. L'uomo è morto in pochi attimi, carbonizzato. Non sono al momento chiare le motivazioni del gesto, pare comunque che non avesse un equilibrio psichico consolidato. Le indagini di rito sono state delegate ai carabinieri della tenenza di Oderzo.
Mauro Pigozzo
13 maggio 2010

Tratto da:
http://corrieredelveneto.corriere.it/treviso/notizie/cronaca/2010/13-maggio-2010/si-cosparge-benzina-si-da-fuoco-muore-centro-paese--1703012477102.shtml

Che dire ancora?
Seduto sulle rive del fiume della vita vedo passare i cadaveri dell’infinita angoscia della società in cui vivo.
Guardo impotente, mirando le loro facce, travolto dall’angoscia che il cadavere che guardo non sarà l’ultimo.

E mentre guardo impotente il mondo, dal mondo arrivano nuovi segnali di disperazione.
Che dire di questo anziano?
Troppo anziano?
O vive una vita fatta di vuoti?
Asiago, si barrica in casa armato96enne bloccato dai carabinieri
13/05/2010

L'uomo dopo una lite con i figli minacciava di spararsi con un fucile. I militari con uno stratagemma sono entrati e lo hanno disarmato. Ora è in ospedale

Asiago. Un blitz dei carabinieri con uno stratagemma ha posto fine all’azione di un anziano di 96 anni che, dopo una lite con i figli, si era barricato in casa ad Asiago minacciando di spararsi con un fucile se qualcuno si avvicinava. L’uomo, una volta bloccato dai militari dell’arma diretti dal comandante provinciale, col. Michele Sarno, è stato portato all’ospedale e sedato.

Tratto da:
http://www.ilgiornaledivicenza.it/stories/Home/150932_asiago_si_barrica_in_casa_armato_96enne_bloccato_dai_carabinieri/

Continuo a star seduto sulla riva del fiume e aspetto.
13 maggio 2010
Claudio Simeoni
Meccanico
Apprendista Stregone
Guardiano dell’Anticristo
P.le Parmesan, 8
30175 – Marghera Venezia
Tel. 3277862784
e-mail claudiosimeoni@libero.it

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