La Boje

La boje, la boje, teare che a va par sora! Ma mi no ghè sarò.

Il ragazzo con la rana

Il ragazzo con la rana
Muore il fanciullo e nasce l'adulto Umano; muore il girino e nasce l'adulto Rana. La Morte come nascita è ciò che i veneti hanno dimenticato. Per questo c'è crisi economica e angoscia sociale.

domenica 24 aprile 2011

Le farneticazioni deliranti di Ratzinger nell'identificazione col dio onnipotente e le spese di Orsoni a Venezia




Le farneticazioni filosofico-demenziali di Ratzinger sono vere e proprie ingiurie alla società civile.


Uno come Ratzinger è vissuto truffando e ingannando le persone e ha finito per interiorizzare l’inganno in sé stesso al punto tale da non riuscire più a vedere il mondo se non attraverso la stessa truffa che ha interiorizzato. Più che “vedere” il mondo, si tratta di impedirsi di vedere il mondo per impedire alla sua psiche di entrare troppo in conflitto con la realtà del mondo che lo sconvolge.
Le sua affermazioni, durante l’ultima omelia, sono quanto di più squallido, becero e criminale, può uscire dalla bocca di un individuo.


E’ indubbio che il bambino, uscito dalla vagina di sua madre mette in moto quel processo di formazione della ragione dalla quale nasce la sua descrizione del mondo. Che il bambino, uscito dalla vagina di sua madre metta in moto un tale processo di formazione della sua descrizione del mondo, non c’è dubbio, ma che Ratzinger offenda le persone affermando che tale processo di formazione soggettiva della conoscenza del mondo sia la realtà del venir in essere del mondo in sé, è semplicemente demenziale e criminale.

Non esiste una “ragione creatrice” dell’universo in sé: PROPRIO NON ESISTE. Se non nella patologia criminale malata di Ratzinger. Nel suo desiderio da delirio di onnipotenza che vede l’identificazione della sua ragione soggettiva con la “ragione universale” che avrebbe manifestato il mondo in cui vive. Il mondo non è ciò che la ragione del singolo essere umano descrive, ma è un oggetto in sé che sfugge alla dimensione razionale la quale è una semplificazione del mondo operata dal soggetto che vive nel mondo e che, a seconda della sua ragione, amplia o circoscrive la sua descrizione, comprensione, del mondo stesso: in caso contrario non si capirebbero le scoperte scientifiche con il relativo ampliamento della descrizione soggettiva del mondo.


Che un malato mentale come Ratzinger possa fare molto danno liberando la sua patologia onnipotente da freni inibitori, sia psichici che sociali, non c’è dubbio, ma se il singolo uomo non libera il suo desiderio e le sue pulsioni nella vita quotidiana e nella sua struttura psico-emotiva, diventa prigioniero di una ragione che piega il suo desiderio all’interno di forme di malattia psichiatrica: come quelle di Ratzinger.


La libertà di distruggere, di possedere, di danneggiare per dare libero sfogo al delirio di onnipotenza, appartiene solo a personaggi come Ratzinger e a delinquenti cristiani che non avendo soggettivato le norme sociali arrivano a vagheggiare di un dio padrone onnipotente in diritto di macellare gli Esseri Umani o di una famiglia “naturale” che esiste solo nel loro desiderio di possesso degli individui.


La libertà di veicolazione del delirio di onnipotenza fa costruire i campi di sterminio in stile nazista, fa mandare il diluvio universale per macellare l’umanità, fa macellare i sacerdoti di Baal, fa ordinare a Gesù di scannare chi non si mette in ginocchio davanti a lui facendo macellare tutti i Pagani che si rifiutano di mettersi in ginocchio davanti ad un pazzo criminale in croce che i cristiani impongono per imporre la malattia mentale.


Una malattia mentale da delirio di onnipotenza che fa dire a Ratzinger: “Il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice...”, cioè lui stesso uscito dalla vagina di sua madre: prima di lui il “nulla”, dopo di lui il “nulla”. Il delirante che vede il mondo attraverso sé stesso come inizio e fine di sé stesso. Da questo delirare prosegue la sua riflessione in un crescendo di delirio di onnipotenza quando afferma: “...è amore e libertà...”; che significa che la sua volontà creatrice ama il possesso del mondo, le persone sottomesse al suo delirio di onnipotenza, e per libertà intende la sua libertà di veicolare quel delirio di onnipotenza fra gli Esseri Umani. Il diritto di macellarli tutti per riaffermare il suo delirio di onnipotenza. Ed è esattamente in questo delirare da onnipotente che afferma “della libertà si può fare uso indebito”. Dopo che hai macellato tutti gli uomini col diluvio universale, grande delirio di onnipotenza in cui Ratzinger vede la libertà di sottrarsi ad ogni restrizione di legge (mi sembra Silvio Berlusconi), non trovi più nessun Essere Umano su cui esercitare il delirio di onnipotenza.

Sì! Il dio padrone con cui si identifica Ratzinger si vanta di aver fatto un campo di sterminio a dimensione planetaria e Ratzinger sa che la legge lo vieta e, allora, meglio accontentarsi nel proprio delirio. Troppa libertà di delirare può essere condannata dall’umanità. Ratzinger è consapevole che deve frenare il suo delirio di onnipotenza (qualcuno lo ha trascinato davanti ad un tribunale come corresponsabile morale di violenza ai bambini) anche se, controllare la veicolazione del delirio di onnipotenza comporta sempre sofferenza per il delirante perché lo costringe a limitare la sua onnipotenza. Da qui il grido di dolore dell’onnipotente Ratzinger: “...esiste anche ciò “che è avverso alla creazione”.” Esiste, per Ratzinger, ciò che è avverso al suo delirio di onnipotenza che, tradotto in una dimensione pratica e quotidiana significa che “c’è qualcuno che è contrario al fatto che noi cattolici violentiamo i bambini per imporre la nostra fede in Gesù e nel dio creatore suo padre....”

E’ il delirio di onnipotenza in cui Ratzinger, si identifica nel dio padrone, che trova impossibile e impensabile che la vita e il mondo divenga da sé, in sé e per sé. “Come, dice Ratzinger, come può la vita divenire in sé, SENZA DI ME?”


“In questo contesto è impensabile, per papa Ratzinger, che "nell'universo in espansione, alla fine, in un piccolo angolo qualsiasi del cosmo", si sia formata casualmente "una qualche specie di essere vivente, capace di ragionare”.”


Il “ragionare” di Ratzinger altro non è che un delirare che si crogiola nell’onnipotenza. La stessa onnipotenza con cui il Ratzinger di quel tempo condannò Galileo perché osava affermare qualche cosa che il delirio di onnipotenza del Ratzinger di quel tempo non ammetteva. Ora che le affermazioni di Galileo sono ammesse da questo Ratzinger, i confini del delirio di onnipotenza sono spostati: arriva ad ammettere un universo in espansione!


E’ meraviglia, per Ratzinger, che in un “angolo qualsiasi del cosmo” c’è una specie vivente che può essere sottomessa al suo delirio di onnipotenza. In nessun altro posto del cosmo è avvenuta , in nessun altra parte del cosmo si manifesta la sua coscienza, il suo essere Ratzinger onnipotente, solo qui. Per Ratzinger, non può essere un caso che la sua “beltà” si esprima proprio qui e non da un’altra parte del cosmo: c’è il “disegno” del dio padrone, sicuramente. Nella sua malattia mentale Ratzinger non si accorge di essere nato qui, in questa specie e voltandosi voltando al passato il suo delirio trova la sua esistenza da onnipotente assolutamente straordinaria: solo un dio padrone onnipotente può aver permesso l’esistenza dell’onnipotente Ratzinger. Ratzinger si pensa onnipotente perché “capace di ragionare”, ma senza decine di migliaia di servi sui quali esercitare il suo delirio onnipotente, non sarebbe in grado di adattarsi alle variazioni di un ambiente ostile: non sarebbe in grado di vivere. La sua ragione lo protegge, lo avvolge, lo riempie di paure per la sua incapacità di vivere e, per questo, lo porta a delirare in un assolutismo che lo innalza al di sopra della vita e della Natura in un’identificazione con un assoluto che emerge dal suo bisogno patologico. Questo assolutismo gli fa dire:


“Se l'uomo fosse soltanto un tale prodotto casuale dell'evoluzione in qualche posto al margine dell'universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura", ha detto il ...teologo.


Ed è solo paura di morire. Quando muore, muore anche la sua ragione e Ratzinger è terrorizzato dalla sua morte.


L’Essere Umano è il prodotto dell’evoluzione, ma l’evoluzione non è casuale se non nelle categorie mentali dell’onnipotenza delirante. Solo all’interno delle categorie di pensiero proprie dell’onnipotenza delirante esiste la dicotomia fra volontà e progetto del delirante che si identifica col dio creatore e tutto il resto che il delirante considera privo di progetto, scopo e intelligenza, e chiama “caso”. Ma si tratta di offese alla vita e agli uomini fatte dal delirante onnipotente, non di affermazioni con un qualche fondamento di realtà oggettiva. Non si tratta di un’interpretazione del mondo e della realtà, ma si tratta della proiezione del delirante del proprio delirio sulla realtà al fine di costringere la realtà a piegarsi e accettare il suo delirio.


L’essere Umano è il prodotto dell’evoluzione che comporta scelte soggettive in processi di adattamento a scelte soggettive in processi di adattamento ecc. che il singolo soggetto chiama “realtà oggettiva” nella quale fa le sue scelte adattative che comportano continue modificazioni del presente in cui il soggetto vive. Parlare di queste infinite scelte fatte da un numero infinito di soggetti e di intelligenze in un infinito tempo e in un numero infinito (perché non possiamo fare altro che usare il termine infinito per la grande quantità) di generazioni dall’origine della Terra alla nascita del delirante Ratzinger, di caso, è pura demenza. Lo può fare un bambino appena uscito dalla vagina di sua madre che si appresta ad affrontare una realtà infinita e sconosciuta, ma non è ammesso che il delirare di un infantilismo onnipotente danneggi la vita ed offenda la società civile e i suoi processi adattativi come risposta alle spinte di libertà dei suoi cittadini.


RATZINGER OFFENDE IL GENERE UMANO, la società civile, l’intelligenza degli italiani.


Tutte queste farneticazioni ratzingeriane si riducono praticamente alla pretesa di violentare bambini per imporre a loro l’accettazione e la soggettivazione del delirare stesso. Solo in una collettività chiusa al futuro e circoscritta nel delirio ratzingeriano può esserci l’accettazione del delirio di onnipotenza come norma e cultura; fuori dal terrore militare, il delirio ratzingeriano appare per quello che è: pura malattia mentale. Una malattia mentale che forte della corruzione e della vigliaccheria della Polizia di Stato e di Magistrati corrotti (che agiscono rispondendo a sollecitazioni avverse alla Costituzione della Repubblica), viene imposta ai bambini fino a legittimarne lo stupro e la violenza psichica come legittimazione del diritto di Ratzinger di veicolare il suo delirio di onnipotenza.


Tutto il delirio creazionista di Ratzinger si riduce, molto banalmente, alla pretesa di legittimazione nella violenza ai bambini così da imporre loro la dipendenza dal crocifisso e costringerli a delirare a loro volta...


Ratzinger non è un “teologo”, ma un povero malato mentale circondato da uomini armati che ne proteggono la malattia e che viene favorito da istituzioni che vedono i loro profitti ILLEGALI nel favorire l’imposizione nella società di quel delirio.


Fra qualche giorno, il sindaco di Venezia Orsoni spenderà centinaia di migliaia di euro sottratti ai cittadini per favorire l’attività di violenza sui bambini di questo delirante: è una vera e propria ingiuria di Orsoni ai problemi della città di Venezia e della sua terraferma.


Riporto le farneticazioni di Ratzinger:


Durante l'omelia il Papa ha incentrato la sua riflessione sul brano della Genesi che parla della creazione. “Il principio di tutte le cose è la Ragione creatrice, è l’amore, è la libertà”, ha osservato Benedetto XVI , osservando che “della libertà si può fare uso indebito” perché esiste anche ciò “che è avverso alla creazione”. In questo contesto è impensabile, per papa Ratzinger, che "nell'universo in espansione, alla fine, in un piccolo angolo qualsiasi del cosmo", si sia formata casualmente "una qualche specie di essere vivente, capace di ragionare”. “Se l'uomo fosse soltanto un tale prodotto casuale dell'evoluzione in qualche posto al margine dell'universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura", ha detto il Pontefice-teologo.



Tratto da:





Solo con schiere di uomini armati Ratzinger non viene processato per violenza ai bambini. Solo con schiere di uomini armati le farneticazioni non hanno portato Ratzinger ad essere ricoverato in manicomio. Però, se voi entrate negli istituti psichiatrici troverete molte persone che manifestano la loro malattia con idee deliranti simili a Ratzinger, costruiti dai Ratzinger stessi nella loro smania di sottomettere le persone e soddisfare, con questo, il loro delirio di onnipotenza.

Proteggete i vostri figli. Fornite loro mezzi adeguati per affrontare la società e il loro futuro. Rigettate l’odio di Ratzinger per la vita. Un odio che vuole la vita sottomessa, succube e sofferente davanti a sé stesso che si identifica col suo dio padrone. Non identificate i vostri figli nel delirio di onnipotenza di un dio padrone. Ratzinger è terrorizzato dalla sua morte nella quale morirà la sua ragione e lui non potrà più veicolare il suo delirio di onnipotenza.

Quando Ratzinger morirà non avrà futuro. Con la sua morte fisica morirà il suo delirio. La sua volontà di violentare gli uomini ha consumato la sua energia e la sua possibilità di costruire il suo corpo luminoso: non gli resta che sopravvivere mediante il delirio di onnipotenza. In quel delirio non resta che il principio cristiano del "Muoia Ratzinger con tutti i Filistei". Né per Ratzinger, né per i suoi fedeli c'è qualche cosa dopo la morte, solo la disperazione di aver distrutto la loro vita: la loro occasione di eternità.




24 aprile 2011


Claudio Simeoni


Meccanico


Apprendista Stregone


Guardiano dell’Anticristo


P.le Parmesan, 8


30175 – Marghera Venezia


Tel. 3277862784


venerdì 22 aprile 2011

Mafia e comportamenti mafiosi in Veneto: camorra, delitti in famiglia, baby gang, evasione fiscale, operai vinyls: medesimo disegno criminoso.




La formazione dell’ideologia mafiosa in Veneto è di origine cattolica. Viene imposta ai ragazzi mediante l’educazione cattolica e si fissa nei comportamenti delinquenziali che evidenziano una grande delirio di onnipotenza che si veicola nell’attività criminale. Mentre nei crimini che non germinano dall’educazione cattolica il fine del crimine è quello di togliere un ostacolo o togliere a qualcuno capitale e patrimonio, nei crimini derivanti dall’educazione cattolica l’elemento centrale del crimine è la riaffermazione del proprio dominio e il crimine, qualunque ne sia la natura, serve a sottolineare e a legittimare il possesso sul posseduto che, subendo il crimine, certifica il diritto all’esercizio del delirio di onnipotenza del criminale.


Tutti concordano che uccidere Aldo Moro fu un delitto, nessuno può affermare che uccidere Aldo Moro fu un delirio di onnipotenza psichica come nel delitto:


Barista uccisa: convivente confessa
L'uomo pero' nega la premeditazione
20 aprile 2011


(ANSA) - VENEZIA, 20 APR - Ha confessato di aver ucciso la sua compagna Eufemia Rossi in un raptus d'ira Gianni Lirussi nell'interrogatorio cui e' stato sottoposto dal pm Massimo Michelozzi. Ma ha escluso la premeditazione del delitto. L'ex assicuratore, in carcere dal 3 aprile scorso, ha comunque ammesso le proprie responsabilita' nella morte della donna, pur tra molti 'non ricordo'. L'uomo non avrebbe usato armi o corpi contundenti; sostiene infatti di aver aggredito mortalmente Eufemia con spinte e pugni.


Qui fu un delitto di onnipotenza delirante. In altri modi avrebbe potuto rompere il rapporto, ma non lo poteva fare dal punto di vista psichico, delirante: non poteva rinunciare al possesso dell’oggetto.
In tutti i delitti a sfondo religioso monoteista, cattolico in particolare, c’è l’aspetto del delirio nell’identificazione col dio padrone rappresentato dal crocifisso: nessuno, per un cristiano, può dire “no” al proprio dio, al proprio Gesù. Il modo cattolico di educare le persone le porta da un lato ad essere disarmate nella capacità di veicolare nella società le loro pulsioni psico-emotive e dall’altro lato costringe le pulsioni psico-emotive ad esprimersi soltanto mediante il possesso di oggetti dove, nell’immaginario cattolico, le persone sono solo oggetti di possesso.

Un esempio di questo è la banda di estorsori, mafiosi in erba, individuata dalla polizia di Treviso:


Baby gang nel Trevigiano, arrestatoun diciassettenne. Tre denunciati
Un gruppo di ragazzini estorceva denaro ai coetanei. Un sedicenne trevigiano aveva consegnato mille euro sottraendo i soldi dai genitori e rubando l'orologio della nonna


TREVISO - Una baby gang è stata sgominata dai carabinieri di Treviso, che hanno arrestato un diciassettenne italiano di origini iraniane, e denunciato altri tre minorenni. Sono accusati di estorsione continuata. I giovani, di Mogliano Veneto e Zero Branco, coinvolti nella vicenda, tutti studenti di istituti superiori di Treviso e Villorba, avevano organizzato un’attività estorsiva e persecutoria, in particolare nei confronti di uno studente sedicenne di Treviso, costringendolo a più riprese, da dicembre, con minacce e intimidazioni, a consegnare somme di denaro e monili d’oro. Nel tempo, la giovane vittima aveva fatto fronte alle minacce ed alle richieste di denaro per circa mille euro, in gran parte sottraendoli ai genitori, oltre a vari monili d’oro e un orologio della nonna.


Si tratta di un bisogno di delirare. Spesso questo tipo di crimini sono commessi da persone che non avrebbero altro motivo per farlo. Spesso sono persone della Treviso bene, della Treviso cattolica. Persone che hanno subito la spaventosa violenza della chiesa cattolica. Di gente come Ratzinger e la sua banda che da un lato ne hanno minato le possibilità di essere dei cittadini e dall’altro lato li hanno costretti in ginocchio davanti ad un crocifisso costringendoli ad identificarsi in esso.
Privare queste persone degli strumenti voluti ed imposti dalla Costituzione è stato il capolavoro di chi espone il crocifisso e diffonde quella patologia psichiatrica, quella malattia mentale, da dipendenza che impedisce alla maggior parte dei ragazzi di oggi di diventare cittadini consapevoli delle possibilità offerte dalla società per diventare dei delinquenti come il criminale in croce che, credendosi il più furbo, si spaccia come il padrone delle persone in quanto figlio del dio padrone.
Va da sé che in questa condizione sociale diventa del tutto naturale:

Banda usurai camorra rileva aziende Veneto, 27 arresti
Carabinieri e Dia sgominano banda, denaro a clan Casalesi



(ANSA) - VENEZIA, 14 APR - Prestava denaro a tassi usurai del 180% annui a societa' venete, legate al mondo dell'edilizia e in crisi finanziaria, con il preciso scopo di impossessarsene l'organizzazione camorristica sgominata dalla Dia di Padova e dai carabinieri di Vicenza. ''E' stato estirpato un cancro dalla societa' sana'' ha sottolineato il procuratore capo di Venezia Luigi Delpino commentando i 29 provvedimenti restrittivi (27 gli arresti) tra Veneto, Lombardia, Sardegna, Campania e Puglia, con i quali e' stata sradicata una banda legata ai casalesi.(ANSA).


E’ una condizione propria del veneto. E’ nel DNA dell’educazione cattolica spingere alla criminalità. Lo stesso sindaco Gentilini faceva guerra agli extracomunitari in regola o che si arrangiavano con lavoretti proprio per favorire l’arrivo degli extracomunitari delinquenti (droga, prostituzione, ecc.) più vicini al suo modo psicologico di concepire la società civile Chi avrebbe dovuto fermare la sua azione criminale? La Procura della Repubblica di Treviso che, al contrario, riteneva che la violenza gratuita (mascherata da controlli per il contrasto del terrorismo che era solo una scusa vuota ed indegna per mascherare violenza gratuita) della polizia sollecitata da Gentlini e dal suo partito, fosse legittima: alla Procura della Repubblica di Treviso i poveri fanno schifo! Poi arriva la Corte Costituzionale .... ma la Procura non doveva essere ignorante della legge...


Non bisogna dimenticare che se noi in Veneto leggiamo notizie di cronaca come queste:

La Marca evade 1 miliardo all'anno
L’Agenzia delle Entrate pubblica una nuova banca dati: Treviso nasconde 20 euro ogni cento pagati di imposte


TREVISO. I trevigiani evadono un miliardo di euro l'anno. La stima proviene da un'elaborazione dei dati dell'Agenzia delle Entrate, che ha messo a punto il nuovo data base informativo denominato Dbgeo per agevolare il recupero dell'evasione fiscale in Italia. Un dettagliato programma che incrocia i dati sulla ricchezza, il patrimonio, la pressione fiscale di ciascuna delle 107 province. E dal quale emerge che nel Sud si evade di più in percentuale, ma non in termini assoluti. Ma l'esperto della Cgia di Mestre, Giuseppe Bortolussi, avverte: «E' un tasso di evasione in media europea»


Significa che quei soldi sono stati rubati ai cittadini: LI HANNO RUBATI A ME!
L’evasione fiscale non può essere considerata come uno sport, ma come un atto di rapina eversiva nei confronti di ogni cittadino. Questo perché l’evasore fruisce dei servizi che avrebbe dovuto pagare con i soldi che non ha versato (strade, aeroporti, autostrade, scuole, sanità, ecc.) e ha costretto lo Stato a sottrarre i soldi che servivano ad altri servizi, come ai pensionati. L’evasore ha accumulato quei soldi sfruttando le strutture della società: pertanto ha rubato!

Ecco il maxievasore: Giovanni Bruttocao
Nel mirino del Fisco per 15 milioni. Lui: «No, sono 2. E non ho nessuna villa palladiana»


Due mesi dopo, ha un nome il protagonista della maximulta per evasione fiscale: si tratta di Giovanni Bruttocao, fondatore nel 1984 della Data Clinica Sas, centro medico privato di Strada Ovest, nel capoluogo. Una delle attività che ha visto protagonista l'imprenditore trevigiano, chiamato dopo accertamenti a ripagare la bellezza di 15,7 milioni di euro al Fisco. «Non ho ville palladiane come è stato detto o appartamenti sparsi, non ho nulla di tutto questo». Sono queste le prime dichiarazioni di Bruttocao non appena raggiunto ieri al telefono, deciso a passare successivamente a un secco «no comment» una volta saputo che il suo nome, affiorato in queste ore, era stato confermato anche dall'avvocato Loris Tosi, suo rappresentante in tribunale, ancora oggi in lotta per scardinare l'impianto accusatorio imbastito dall'Agenzia delle entrate.

Tratto da:
http://tribunatreviso.gelocal.it/cronaca/2011/04/05/news/ecco-il-maxievasore-giovanni-bruttocao-3857421

Un individuo del genere andrebbe condannato all’ergastolo se non fosse perché troppi magistrati applicano la legge nel senso del crocifisso, anziché nel senso della Costituzione della Repubblica. In sostanza, sono feroci (favoriti dal meccanismo clericale-fascista del codice Rocco) nei confronti di sciocchezze commesse da cittadini (che pur violando la legge non danneggiano la società nel suo complesso) e deferenti nei confronti del dio padrone in croce anche quando mina la società civile privandola di finanze e di libertà Costituzionali.
Non basta combattere i delitti quando si scoprono, è necessario prevenire i delitti nella società.
E’ necessario che i cittadini non siano costretti in ginocchio a pregare, ma siano cittadini consapevoli del loro essere soggetti di una società della quale ne devono rivendicare i diritti. Un altro esempio che favorisce la mafia lo troviamo fra gli operai. Come gli operai della Vinyls.
Li ho conosciuti gli operai della Vinyls quando ancora la crisi non li aveva messi in ginocchio: arroganti e strafottenti con gli operai che loro stessi avevano costretti all’interinalato. Loro erano i garantiti, gli interinali erano i pezzenti.


Rivendicare, non supplicare nell’attesa della morte come hanno fatto i supplici succubi e privi di dignità morale della Vinyls:

Vinyls: cig estesa a tutti lavoratori, nuovo tavolo a maggio
Cappellacci: soluzione tampone, spero rientri Gita


(ANSA) - CAGLIARI, 19 APR - Il tavolo sulla vertenza Vinyls si riunira' nuovamente per l'informazione relativa alle offerte entro il 20 maggio, mentre la cassa integrazione con decorrenza 1 aprile verra' estesa a tutti i lavoratori. Si prospetta inoltre un ritorno del fondo Gita. E' quanto emerso dal vertice di oggi a Roma. Il presidente della Regione Ugo Cappellacci ha spiegato che ''l'ipotesi e' quella di una soluzione tampone che consenta di arrivare al 27 aprile, ultima data tassativa entro cui possono essere migliorate le offerte. Speriamo che la soluzione finale sia Gita, perche' copre tutti i siti''.(ANSA).


Tratto da: http://www.ansa.it/web/notizie/regioni/sardegna/2011/04/19/visualizza_new.html_899639721.html

Questi lavoratori si sono dimessi dalla società civile preferendo diventare degli accattoni e andare a supplicare dal prete cattolico, hanno sottoscritto definitivamente la loro uscita dalla società civile. Hanno preferito tendere la mano supplicando la carità anziché rivendicare diritti che erano stati loro negati. Questo modo di agire degli operai della Vinyls è un modo di agire che favorisce la mafia che ha bisogno di individui che chiedono la carità (all’amico dell’amico) per poter dispensare i suoi favori a caro prezzo. Tutti sapevano che la fabbrica avrebbe chiuso e chi trattava con loro non prendeva in giro loro, ma con l’aiuto degli operai della Vinyls prendeva in giro tutta la società civile. Sono gli stessi comportamenti che favoriscono gli omicidi in famiglia dove l’assassino del convivente pretende che il convivente riconosca il suo diritto di proprietà. Questi lavoratori della Vinyls hanno riconosciuto il diritto di proprietà del loro padrone e allungano la mano in attesa della bontà del padrone: della bontà del dio padrone. In questo squallido gioco di carità, hanno contribuito a coprire la distruzione della società civile di Marghera. Questi lavoratori sono gli stessi che insegnano ai loro figli a diventare dei soggetti di carità, sottomessi e obbedienti ad un padrone che ne viola i diritti sociali e Costituzionali. Questi lavoratori sono gli stessi che legittimano l’evasione fiscale mediante la loro sottomissione. Sono gli stessi che favoriranno l’arrivo della mafia. Sia quando si tratta dell’affermazione di un camorrista che fa affari con l’usura, sia quando si tratta del prete cattolico che costringe bambini in ginocchio davanti ad un crocifisso.
Quando una società, come quella del Veneto, muove guerra terroristica nei confronti dei diritti Costituzionali, costruisce un drammatico futuro per i suoi cittadini.
La domanda è: se Carlo Mastelloni o chi per esso nel tribunale di Venezia, avesse perseguito quei dirigenti della Montedison che distribuivano diossina a Marghera, le brigate rosse avrebbero potuto ammazzare Gori e Tagliercio per farsi propaganda?
No! Furono le scelte della magistratura di Venezia a favorire gli omicidi di persone che avrebbero dovuto essere inquisite. E questo vale per i morti dovuti all’educazione del crocifisso: se si fosse impedito che i bambini siano messi in ginocchio davanti ad un crocifisso, le baby gang, l’evasione fiscale, gli omicidi in famiglia, ecc. potrebbero essere contenuti, invece, si preferisce favorirli perseguendo scopi e obbiettivi in stile mafioso e per assicurarsi profitti molto simili a quelli attribuiti alla mafia.


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domenica 17 aprile 2011

Botte ai bambini così si riaffermano i valori cristiani della famiglia voluti da Silvio Berlusconi e Scola cardinale cattolico di Venezia


Imprenditori veneti nell’ideologia “mi son el paron”, la sacra famiglia cristiana di criminali del tipo Scola e le violenze in famiglia. E’ il terrore del crocifisso a cui troppi veneti sono stati costretti in ginocchio e che li costringe a veicolare del delirio di onnipotenza nella società sommando danno a danno. Un’onnipotenza che questo IMPRENDITORE ha esercitato nei confronti dei suoi figli come se fossero bestiame da ridurre all’obbedienza. Ha esercitato i principi propri della religione cattolica costringendoli ad “onorare il padre e la madre”, ma dimenticandosi che vive in un regime retto dalla Costituzione della Repubblica che, a differenza del criminale in croce, impone il rispetto e i doveri ai genitori nei confronti dei bambini.

Chissà se Lauredana Marsiglia, quel giornalista amico dei picchiatori di bambini, che scrive su Il Gazzettino, anche in questo caso scriverebbe, come scrisse a proposito delle violenze messe in atto dalle suore cattoliche all’asilo Sanguinazzi di Feltre su Il Gazzettino del 21 agosto 2004:

“Forse qualche schiaffo, forse qualche strattone o qualche reprimenda, in un sottile confine fra lecito ed illecito nel sempre difficile compito di educare. Quel che si dice un caso di Jus Corrigendi.”

C’è sempre qualcuno che giustifica le violenze del più forte sul più debole: lo eccita sessualmente! Si identifica nel picchiatore o nel violentatore. Siamo di fronte al terrore imposto dalla famiglia cristiana. Quei valori famigliari, fatti di botte, torture e violazione dei diritti fondamentali dei minori che lo stesso Silvio Berlusconi evoca quando accusa la scuola di educare a valori estranei a quelli della famiglia. Come in questo caso in cui la scuola è stata fondamentale per individuare i comportamenti criminali di individui che solo l’ideologia della violenza di Scola può definire “genitori” anziché delinquenti. Riporto l’articolo:


Tre fratellini presi a cinghiategenitori indagati, bambini allontanati L'inferno in una famiglia senza problemi economici della provincia è venuto alla luce grazie alla maestra di uno dei tre bambini che ha chiesto di raccontare la vita tra le mura di casa. I piccoli - di 6, 8 e 12 anni - già ascoltati dal pm. Le violenze usate dal padre per costringerli a lavorare

di Giorgio Cecchetti

VENEZIA. Li picchiavano spesso, il padre usava una cintura per farlo. I servizi sociali, alla fine, sono intervenuti e hanno allontanato dalla famiglia i tre bambini, il piccolo di sei anni e le sorelle di otto e 12. Ieri sono stati interrogati: i genitori sono indagati per maltrattamenti. Una famiglia del tutto normale, nessun problema economico, lui fa il falegname in un paese del Veneto Orientale e la moglie lo aiuta nell'amministrazione, tre bambini sani, una villetta con giardino e taverna. Eppure per quei tre piccoli, un maschietto e due femmine un po' più grandi, la vita in casa era diventata un inferno. Ieri, al giudice veneziano Antonio Liguori, che li ha sentiti alla presenza di uno psicologo e con tutte le attenzioni possibili, hanno raccontato che venivano picchiati se non ogni giorno, quasi. Era il padre a farlo e usava la cintura dei pantaloni, se la sfilava e giù scudisciate. La madre era presente e non faceva nulla per convincere il marito a smettere o per fermarlo, inoltre non si sarebbe mai mossa per denunciare ciò che accadeva ai suoi figli. A chiedere l'interrogatorio dei tre bambini in incidente probatorio, in modo che i verbali possano essere utilizzati nel processo senza che il Tribunale debba riconvocarli in aula, è stato il pubblico ministero Lucia D'Alessandro. Ieri, i tre bambini, che sono stati sentiti senza che vedessero che c'erano i genitori ad ascoltarli assieme al loro difensore, l'avvocato Laura dei Rossi, hanno sostanzialmente confermato le pesanti accuse. Avrebbero spiegato che venivano picchiati per i più svariati motivi. Se non prendevano la sufficienza in un compito o nelle interrogazioni a scuola, se non sistemavano le loro camere a casa, se rispondevano male ai genitori, se litigavano tra loro. Il reato di maltrattamenti del quale sono indagati il padre e la madre è grave, tanto che il codice penale lo punisce con una condanna che può variare da un anno a cinque anni di reclusione. Se dal fatto derivano lesioni gravi la pena può aumentare fino a otto anni di carcere. La coppia avrà naturalmente la possibilità di difendersi, negando le accuse, spiegando in quali circostanze sarebbero accaduti i fatti raccontati dal bambini, citando testimoni a discarico, magari parenti e amici che hanno frequentato casa loro. Lo potranno fare al termine delle indagini preliminari, nel caso la pm chiedesse il rinvio a giudizio, come è probabile soprattutto dopo le dichiarazioni rese ieri dai minori. I fatti sono venuti alla luce quasi per caso e sono stati segnalati ai servizi sociali dagli insegnanti della maggiore dei tre fratelli, che frequenta la scuola media. La ragazzina, in un compito di italiano che doveva scrivere, ha praticamente raccontato quello che accadeva spesso in casa sua a lei, a suo fratello e alla sorellina. Doveva svolgere, come tutti i suoi compagni di classe, un tema sulla sua famiglia. Lette quelle righe, l'insegnante ha parlato con la ragazzina, che ha confermato, quindi è stato coinvolto il Tribunale per i minori.

Tratto da:



Sono i valori della famiglia che piacciono tanto a Silvio Berlusconi. Quella scuola che svelando le violenze altera i “sistemi educativi” dei criminali detti “genitori cristiani” producendo quella disperazione che porta all’emarginazione, da un lato, e al delirio di onnipotenza, dall’altro, e fa del Veneto una regione di disperati. Che ne sarà di questi bambini? Saranno consegnati all’odio cristiano, alle strutture detentive gestite dai cattolici e diverranno oggetto d’uso dei cattolici stessi e del crocifisso appeso ad una parete. Ironia della loro sorte: il crocifisso li ha fatti vivere nell’angoscia e nell’angoscia cresceranno senza trovare vie d’uscita psico-emotive diverse dalla sottomissione e dalla dualità padrone-schiavo. La vita, per uscire dall’odio cristiano, deve passare per questi orrori. E pensare che fino ad una quindicina d’anni fa’ i diritti dei bambini non erano ancora riconosciuti grazie a criminali come Andreotti, Moro e Craxi che fecero della violenza agli individui privati dei loro diritti Costituzionali il fondamento della loro ideologia. Nessun partito politico, proprio per la violenza di Aldo Moro, Giulio Andreotti, Fanfani, Rumor, ecc. ha mai messo a fondamento della sua politica la questione dell’infanzia e ancor oggi, nessun partito politico mette al centro della sua politica la questione dell’infanzia: i bambini non votano e tutti hanno paura di perdere i voti (almeno esistessero) dei cattolici.

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17 aprile 2011

Claudio Simeoni

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sabato 16 aprile 2011

Il Profeta Elia discende col carro di fuoco sulla città di Padova e i Padovani nemmeno si mettono in ginocchio ad adorarlo


Si tratta di effetti dell’imposizione del crocifisso ai bambini che vengono indotti con la violenza a soggettivare il delirio di onnipotenza. Il delirio viene veicolato nella società producendo un grande disagio e spesso sfocia in delitti, omicidi, suicidi, stati depressivi con azioni più o meno disperate. Il delirio di onnipotenza viene veicolato anche dagli imprenditori veneti che si sentono tanto i “paroni” e finiscono per alimentare la camorra o l’attività illegale di banche, commercialisti e finanziarie nella loro attività di ladri e falliti con la partita iva. Questo tipo di delirio manifestato nella chiesa cattolica di Padova viene spesso nascosto dai cattolici con l’aiuto dei carabinieri e della Polizia di Stato che anziché fermare chi induce le persone a delirare, ritiene la chiesa cattolica in diritto di violentare le persone costringendole a delirare: chissà se davanti al novello Elia i carabinieri si sono messi in ginocchio come il pazzo fanatico Gesù pretendeva che facessero i magistrati che lo avrebbero visto venire di lì a poco con grande potenza sulle nubi alla destra del loro padrone suo padre (più o meno è il tipo di farneticazioni che usa Silvio Berlusconi che pretende di essere al di sopra e al di fuori della legge). Riporto la notizia:


Il "profeta Elia" al Santo, arrivano i carabinieri

Un uomo sulla cinquantina sosteneva di essere il profeta Elia all'interno della basilica, urlando insulti

PADOVA. È entrato nella basilica del Santo poco prima delle 21 e subito ha iniziato a parlare a voce alta e a inveire contro i presenti. Un uomo sulla cinquantina sosteneva di essere il profeta Elia e voleva annunciare il Vangelo. In quel momento era presente padre Francesco Ruffato, che ha cercato di portare pazienza, sperando che l'uomo nel frattempo si calmasse. Ma non è stato lo stesso per alcuni presenti, che invece si sono affrettati a chiedere aiuto ai carabinieri. È successo martedì sera e pochi minuti dopo la chiamata al 112, è giunta una pattuglia dei militari dell'Arma di Prato della Valle. Quando sono arrivati i militari hanno trovato il rumoroso fedele nel chiostro della basilica, ancora in preda al delirio. A quel punto gli si sono avvicinati e l'hanno convinto ad uscire. Quello dell'uomo è un nome noto alle forze dell'ordine, proprio per via del suo comportamento un po' stravagante, denunciato più volte in molti luoghi pubblici della città.

16 aprile 2011

Tratto da:


Si tratta di una vittima del terrorismo cattolico. Quella violenza che i cattolici mettono in atto sui bambini a che viene favorita da magistrati vili e corrotti per impedire ai cittadini di fruire dei loro diritti Costituzionali. E’ una forma di suicidio psico-emotivo che dimostra un’altra forma di disperazione che si muove nel Veneto.

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venerdì 15 aprile 2011

Collezione Pinault nell'"Elogio del dubbio" e i professori dell'accademia di Lubiana: artigiani e artisti a confronto a Venezia

Sono stato a vedere la mostra d’Arte a Punta della Dogana a Venezia dal titolo “Elogio del dubbio” e sono rimasto molto deluso. A parte la statua di Thomas Schutte che manifesta il senso del fallimento esistenziale, l’intera mostra sembrava costruita da un vampiro allo scopo di succhiare le emozioni dei visitatori. “Caro visitatore, dice la mostra, tu sei stupido. Devi immaginare che cosa io volevo dire, trasmettere e rappresentare. Tu, visitatore, sei l’interprete, ma io, come autore e come artista, mi guardo bene dall’esporre le mie emozioni nell’arte che espongo: visitatore, sei la mia preda, fammi vendere cosa in te rappresenta ciò che io ho fatto perché di quello che ho fatto non ne conosco il senso. Vendere è lo scopo di quella mostra. Anche se non vende le opere della collezione vende l’idea che quelle siano opere d’arte. Appare evidente che ogni artista ha lo scopo di vendere le proprie opere o la propria idea di arte, ma prima di tutto ha il compito di manifestare uno stato emotivo di empatia col mondo e con la vita che, una volta rappresentato nell’opera, trasmette simbolicamente al visitatore tali emozioni suscitando ed espandendo le emozioni del visitatore. Nulla di questo è nell’artigiano che mettendo insieme una serie di materiali assembla un oggetto che può essere usato o può contenere dei significati. Madre Atena è una cosa le figlie di Madre Mnemosine, le Muse, sono un’altra cosa. Mai Madre Atena si è messa in concorrenza con le figlie di Mnemosine, né le figlie di Mnemosine hanno preteso di fare cosa diversa della rappresentazione del divino negli Esseri Umani.





Della mostra Elogio del Dubbio, il dubbio viene: “Ma chi volete far fessi?”


Caroline Bourgeois ha messo insieme un’esposizione di oggetti come se fosse un negozio del centro di Venezia. Una boutique di oggetti che ricchi e spendaccioni possono comperare per abbellire le loro ville, ma il cui valore emotivo è pari a zero. Oggetti di buoni artigiani, ottimi artigiani, che fanno un cucchiaio enorme da mettere al centro della stanza, il cuoricino di una scatola di baci perugina da oltre una tonnellata, un vestito da sposa sospeso ad un traliccio di ferro, la rappresentazione di una violenza sessuale fobica che invita il visitatore ad immedesimarsi nell’aguzzino e nel piacere della perversione. Peni al posto di dita e nasi in un bunga bunga perenne in cui il fruitore del bunga bunga può manifestare il piacere del possesso mediante una fobia sessuale come esercizio del potere. Acqua che esce dalle teste in una perenne massificazione che rientra nelle teste, argomento scontato, come scontata è la stanza del controllo della società mediante armi, gioco d’azzardo candelabri e sedie che richiamano la religione cristiana con un grande serpente al centro della stanza (che secondo l’artista starebbero a significare il “potere” cristianamente inteso). Grande esposizione di armi e vecchi cannoni, cosa che avrebbe fatto anche un antiquario nell’esporre la propria merce. Sgabelli circolari luminosi dal colore dell’acqua buoni per un arredatore e nove statue di marmo sotto il lenzuolo a rappresentare cadaveri informi ma che si riducono a forme amorfe. All’ingresso della mostra ti accoglie un cavallo che dà l’idea di avere la testa dentro ad un muro, ma non suscita né emozione, né compassione, né sorpresa, solo materia a forma di cavallo senza testa appoggiata ad un muro. Segue una stanza da robivecchi in cui vecchi materassi, apparentemente recuperati nei lager per migranti di Maroni vengono esposti per essere venduti a ricchi desiderosi di possedere se non un campo di sterminio, almeno una sua rappresentazione sulla quale poter dominare. Non è da meno la parata delle tre statue di Thomas Schutte fatte di ferro con una vecchia coperta militare sulle spalle che danno l’idea di prigionieri che vanno verso le celle: opera molto funzionale all’arredamento di Silvio Berlusconi che in quell’opera potrebbe cogliere il suo potere nell’aver imprigionato Istituzioni e Costituzione. Grandi quadri scuri con uno sormontato da dei bambini che sembrano guardare l’abisso. Peccato che l’artista non abbia dato un senso emotivo all’abisso, ma abbia fatto un’impastellata. Avrebbe potuto trasmettere il senso dell’abisso che attrae i bambini. Ma l’abisso non ha spessore emotivo. Per non parlare della stanza del decadentismo americano: una somma di oggetti senza nessun senso se non nella rievocazione di “bei tempi antichi” in cui “certe cose” si potevano fare e oggi no....

Riporto da La Nuova Venezia:


Mille vip alla vernice della mostra di Pinault Vernice vip con mille invitati a Punta della Dogana per Elogio del Dubbio, le opere di Pinault. Autorità, bei nomi della moda e del jet set e clima sobrio, senza sfarzo e senza sprechi. Domenica ingresso gratuito per i veneziani

9 aprile 2011

VENEZIA. François Pinault ha inaugurato con mille invitati la nuova mostra di Punta della Dogana, Elogio del Dubbio. Pochi francesi, pochi rappresentanti delle istituzioni, per le signore una scelta obbligata tra gli abiti estivi visto il sorprendente clima di questi giorni. A fare gli onori di casa madame Pinault con Pinault jr, il direttore Marthin Bethenod e la curatrice Caroline Bourgeois. Presenti il prefetto Luciana Lamorgese in perfetto blu, Manuela Pasetti, i marchesi Berlingieri, Luigino Rossi con Roberta, Angela Vettese, Giandomenico Romanelli. Angela Missoni e Alberta Ferretti dal mondo della moda; Jean-Jacques Aillagon e Toto Bergamo.Per il sindaco Giorgio Orsoni, "una mostra interessante, e Punta della Dogana è stata anche un laboratorio". Per i veneziani, oggi l'ingresso alla Dogana è gratuito. Per la città, invece, è questa l'anteprima della grande festa dell'arte (e della mondanità) che esploderà a giugno con la Biennale.


Tratto da:




Io mi auguro che la 54.esima esposizione d’arte, la Biennale di Venezia di prossima apertura, non ricalchi questo.


Proprio per i “mille vip alla vernice della mostra di Pinault” voglio segnalare che vicino a quella mostra, sempre in punta della Dogana nei magazzini del Sale (magazzino N. 3 al civico 264), c’è un’altra Mostra d’arte, ed è quella di 5 artisti dall’accademia di Belle Arti e Design dell’università di Lubiana in una specie di “scambio Erasmus” con cinque professori dell’accademia di Belle Arti di Venezia che espongono a Lubiana.

Espongono gli artisti Emerik Bernard, Herman Gvardjancic, Jozef Muhovic, Franc Novinc e e Branko Suhy.

Una mostra emozionante dove i quadri esposti esprimono le emozioni degli artisti che li hanno eseguiti ed hanno la capacità di trasmettere quelle emozioni allo spettatore. Nulla in confronto con l’esposizione muta e triste della collezione Pinault.

In particolare Franc Novinc che nei suoi quadri ha la capacità di individuare il sacro nei gesti quotidiani e le emozioni che da quei gesti scaturiscono. Alcune foto che metto in blog sono alcune di quei quadri come Il crespino in una notte di luna o Il ritorno dal campo, oppure Le mani di mia zia o La mattina nell’aia. Oppure, un altro quadro molto bello dell’uomo che si perde nel mare nero di una gestazione incompiuta. Sicuramente i mille vip presenti all’inaugurazione della mostra della collezione Pinault non si curano di questa mostra che, dal mio punto di vista, ha una visione del sacro della vita capace di ispirare i sentimenti emotivi profondi delle persone. Questa mostra rimarrà aperta fino al 06 maggio 2011. Vale la pena di vederla per far emergere le emozioni dentro di noi e, piuttosto, risparmiate i soldi che dovreste sborsare per vedere la collezione Pinault in cui solo ricchi e annoiati possono vivere la loro noia nell’attesa che la morte possa mettere fine alla loro angoscia.


15 aprile 2011

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martedì 12 aprile 2011

La paura di perdere il lavoro: ennesimo suicidio in Veneto


Un altro fallito nella sua esistenza che non ha trovato nulla di meglio che suicidarsi. I veri falliti sono i suoi genitori che al figlio, ingegnere, hanno insegnato ad usare “l’amico dell’amico” per risolvere i propri problemi personali. Ci si rivolge al “politico amico” come ci si rivolgerebbe al mafioso della cosca palermitana o calabrese per risolvere i problemi che affliggono, anziché affrontarsi sul piano sociale. In questo modo i genitori hanno educato il loro figlio che, separato dalla società in cui viveva, pensava di non avere più nessuna possibilità una volta licenziato: come la fine imminente del mondo prospettata da Gesù nei vangeli e che tanta disperazione ha imposto ai ragazzi. Mentre centinaia di migliaia di persone vivono la condizione di disoccupazione voluta da politici come Berlusconi, Zaia, Bossi, Maroni, Calderoli, Tremonti, Mercegaglia ecc. alcuni falliti della vita lastricano con i loro cadaveri la via della società.

E non l’aveva perso del tutto il posto di lavoro: cosa avrebbe fatto se avesse dovuto elemosinare un posto di lavoro a 60 anni?

Riporto l’articolo dalla Nuova Venezia:

Trevignano, si suicida ingegnere in crisi per il lavoro Il timore di un possibile licenziamento ha spinto un ingegnere al gesto estremo:

si getta dal terzo piano: è morto sul colpo.

Non aveva ricevuto nessuna comunicazione, ma temeva fortemente di perdere il posto


TRIVIGNANO. Da giorni, dopo aver saputo che la sua azienda in crisi l'avrebbe presto licenziato, non si dava pace ed era sempre più depresso. E ieri, chiuso nel bagno dell'appartamento - in via Castellana a Trivignano dove conviveva con una donna - si è tagliato i polsi e poi si è gettato dal terzo piano morendo sul colpo. Allertati dalla convivente che non lo vedeva uscire dal bagno, sono intervenuti sul posto l'ambulanza del Suem (nella foto) e una volante della Polizia: sanitari e agenti non hanno potuto fare altro che accertare la morte. La vittima è M.P., un ingegnere di 43 anni, dipendente di una società di navigazione veneziana che recentemente aveva annunciato - ma non ancora formalizzato - la dichiarazione dello stato di crisi e l'avvio della procedura di mobilità (cioè il licenziamento) per una quarantina di dipendenti. Da quel che si è appreso parlando con i familiari, sconvolti dalla notizia, proprio la prospettiva di perdere il posto di lavoro e dover trovarne un altro sarebbe stata la molla che ha spinto M.P. a tagliarsi prima i polsi col coltello trovato in bagno e poi gettarsi dalla finestra per mettere fine più in fretta alla sua vita. La disperazione dell'ingegnere per il prossimo licenziamento era tale che i suoi genitori hanno chiesto a Renato Borsaso, loro amico ed ex presidente del consiglio comunale, di aiutarli a trovare un nuovo posto di lavoro per il figlio che non riusciva a togliersi dalla testa quell'ossessione.In realtà M.P. non aveva ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dall'azienda che confermasse il suo inserimento nella lista di mobilità; ma lui ne era totalmente convinto, tanto da non riuscire a farsene una ragione e uccidersi.

Tratto da:



E’ il classico fallito nella vita. Un cadavere dell’educazione cattolica. Una persona ridotta a cadavere e sacrificata al delirio di onnipotenza del crocifisso. un cadavere dell’amico dell’amico che, quand’era persona, si era dimenticato di far parte della società civile. Si era dimenticato di essere un cittadini e, per questo, ha potuto essere depresso e ha deciso di farla finita. E’ un cadavere prodotto dal fallimento della società veneta costretta a rinunciare alla Costituzione in favore di un criminale in croce. Noi, che siamo attraversati dalla disperazione sociale, seduti sulla riva del fiume della vita guardiamo galleggiare i cadaveri del fallimento sociale e non ci resta che contarli uno ad uno e scuotere la nostra testa per ciò che avrebbe potuto essere e, invece, sta galleggiando immobile nel fiume.

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12 aprile 2011

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lunedì 11 aprile 2011

Lega Ticinese e Lega Nord unite contro i cittadini italiani: qualcuno da criminalizzare si trova sempre basta far fessi i Veneti


Le guerre al massacro dei leghisti. Come Gobbo e Gentilini istigano all’odio contro gli “africani”, così i loro omonimi, i leghisti del Ticino, istigano all’odio contro gli italiani. Gli italiani, lombardi e veneti in prima fila, sono i pezzenti, gli indesiderati. Quel fenomeno degli italiani pezzenti che sono i frontalieri che si permettono di dormire in Lombardia e lavorare in Svizzera. Come Gobbo e Gentilini, aggredendo gli “extracomunitari” hanno di fatto ridotto alla miseria chi li eleggeva, come i commercianti di Treviso, così la Lega Ticinese vuole ridurre alla miseria i cittadini della Svizzera. E’ inutile spiegare ad un leghista i meccanismi della formazione della ricchezza sociale di cui egli sta beneficiando; esattamente come è inutile spiegare alla Mercegaglia i disastri che ha fatto nella sua stessa associazione appoggiando le attività in stile mafioso e i bunga bunga di Silvio Berlusconi. Il leghista, come l’industriale, si identifica con l’onnipotenza del suo dio padrone e quando ha successo non è mai perché una serie di condizioni hanno favorito il suo successo, ma perché lui, come un novello dio creatore, ha saputo imprendere in una società di fessi che non hanno impreso. Per questo al variare di una sola condizione che gli era favorevole l’industriale tende a fallire rivelando l’incapace che era e il delirante che si presentava alla società. Questo vale anche per i leghisti che hanno distrutto la società civile al fine di garantirsi un ingiusto profitto; mentre favoriscono le prostitute di Silvio Berlusconi e le leggi che servono a Silvio Berlusconi per non pagare per i delitti che ha commesso, sul territorio aggrediscono i cittadini per rapinarli: come gli autovelox sul Put. Indicano gli extracomunitari come i nemici e intanto rapinano i cittadini di Treviso. In poco più di un anno sono riusciti a fare 10.000 licenziamenti. E questo accadrà anche in Svizzera per la guerra che la Lega fa ai cittadini italiani: gli extraconfederali che andando in Svizzera rubano il lavoro agli svizzeri.

Riporto:

SVIZZERA La Lega dei ticinesi è il primo partito paga la guerra ai "frontalieri italiani"

La forza politica guidata da Giuliano Bignasca ha ottenuto il 29,8% alle elezioni cantonali, un aumento di otto punti. Tra i suoi cavalli di battaglia la revisione dell'accordo con Roma sulle tasse riscosse dai lavoratori del nostro Paese

di PAOLO CASICCI

Bignasca (con la maglia verde) festeggia il successo elettorale. Il vento leghista conquista il Ticino. Da ieri, la Lega dei Ticinesi è il primo partito del Cantone, con il 29,8 per cento dei consensi e due seggi nel nuovo esecutivo locale. Uno "tsunami elettorale", come titola, da Zurigo, il quotidiano Neue Zürcher Zeitung. Per il movimento di Giuliano Bignasca, il "Bossi di Lugano", è davvero una vittoria storica, maturata dopo una campagna elettorale dai toni durissimi, condotta sulla pelle dei circa 45 mila "frontalieri", gli italiani con un impiego Oltralpe, accusati di rubare il lavoro agli svizzeri e raffigurati nei mesi passati come "ratti" in una serie di manifesti 1 (foto 2) ideati dall'altro partito svizzero "antistranieri", l'Udc. Una campagna elettorale, quella conclusasi con il voto di ieri, nella quale non sono mancati altri proclami più o meno velatamente anti-italiani, compresa la richiesta dello stesso Bignasca di erigere un muro di cemento armato alla frontiera di Chiasso, per impedire l'arrivo dei tunisini. Segno, implicito, di una certa sfiducia verso il Viminale del "cugino" Bobo Maroni. Il balzo elettorale di Bignasca e dei suoi è stato altissimo: un più 8 per cento che questo "Carroccio", nato nel 1991 sull'esempio padano, ha conquistato a spese di partiti storici come il Plr (i liberalradicali), che cala di tre punti, dei socialisti (meno cinque per cento), dei moderati del Ppd (meno 1,9 per cento). Con la Lega, crescono però anche i Verdi, che toccano il 6 per cento. E ora, dice Bignasca, classe 1945, noto per le sue sortite al di sopra delle righe (per esempio contro "i troppi neri nella nazionale") "cambia tutto, perché governiamo noi". E qualcosa potrebbe cambiare anche nei rapporti del Cantone con l'Italia. Da mesi, i leghisti ticinesi - e non solo loro, in realtà - chiedono a Berna di rivedere l'accordo bilaterale con l'Italia sui "ristorni", la quota di tasse riscosse dai lavoratori italiani che la Svizzera restituisce ogni anno a Roma. Una quota (intorno al 38 per cento) più alta, per esempio, di quella resa all'Austria (il 12,5). Un'istanza che aveva fatto breccia anche nei partiti più moderati. La Lega, adesso, proverà anche ad arginare il fenomeno dei frontalieri, oppure, si domanda la Tribune de Genève, alla vittoria seguirà l'"imborghesimento" del partito? Per il Corriere del Ticino, quello di ieri è un risultato "che viene da lontano, da un cambiamento profondo del tessuto che compone la base elettorale: sempre più svincolata dalle logiche che governano e con cui governano i partiti tradizionali; e sempre più incline a premiare chi mostra, anche se in modi a volte discutibili, di essere attento a cogliere e raccogliere le sue inquietudini". Ora si attende una reazione della Lega italiana. Che, finora, non sembra preoccupata di scoprirsi "il Sud" della Svizzera.

11 aprile 2011

Tratto da:


La politica della lega Svizzera è la stessa politica della Lega italiana e Veneta in particolare. Caratterizzata da un feroce razzismo, da un feroce odio sociale nei confronti dei cittadini, apparentemente indica come “nemici” il diverso, il povero e il debole, in realtà il suo nemico sono i cittadini del Veneto che devono essere rapinati e derisi per la loro stupidità. Come per i milioni che la “Lega” ha dato agli alluvionati i quali si sono ricostruita la casa, hanno ricomperato i mobili, hanno ricostruito le loro attività senza tirar fuori un solo euro: a tutto ha pensato la Lega. E gli alluvionati del Veneto, contenti, hanno ringraziato la Lega che così celermente ha risolto i loro problemi: non come all’Aquila....

Gentilini farnetica parlando di guerra a favore del popolo veneto. Proprio Gentilini non si può considerare un Veneto, ma uno squallido individuo della razza piave, i vigliacchi che sono sempre scappati come topi di fogna davanti a qualunque problema sociale come ha fatto il razzismo di Gentilini che si vanta di aver distrutto i campi Rom senza che la Procura della Repubblica di Treviso lo indagasse per razzismo.

Un VENETO non lo avrebbe mai fatto. Un Veneto, consapevole dei meccanismi economici avrebbe operato un’integrazione consapevole che una società vive perché è portatrice di contraddizioni e non piatta in ginocchio davanti ad un dio padrone (o al Gentilini padrone, come molti atteggiamenti deliranti fanno supporre). Riporto le farneticazioni terroriste di Gentilini:

Profughi, Genty attacca Bossi Lo sceriffo furioso. E a Maroni: «Così non va bene»

11.04.2011

TREVISO. Bossi e Maroni sono troppo tolleranti con i profughi africani. Parola dello sceriffo Gentilini, che su Radio Padania non usa mezzi termini per commentare cosa sta accadendo in questi giorni a Lampedusa. E non risparmia i leader del Carroccio. «A Maroni - afferma il vicesindaco - dico con che non può continuare così. Deve blindare i nostri confini con il blocco navale». Ma ce ne sono anche per il numero uno del Carroccio. «Bossi - aggiunge Gentilini - ha prima detto clandestini fuori dalle balle e poi ha accettato il permesso di soggiorno temporaneo. Così non va». Lo sceriffo spara a tutto campo: «Esigo in nome della Lega che ci sia un cambiamento di rotta, dobbiamo tornare ad essere un movimento di battaglia. Maroni, Calderoli, Bossi, vi voglio combattenti e legionari in difesa del popolo veneto». Nel corso dell’intervento a Radio Padania sul tema dell’immigrazione, ha poi spiegato che Lega negli ultimi tempi ha perso il suo spirito rivoluzionario: «Il popolo si meraviglia di tanto buonismo. Noi siamo leghisti combattivi, quindi dobbiamo tornare ad essere un movimento rivoluzionario. Le sedie non ci interessano a me interessa il popolo, stare in mezzo al popolo e rispondere al popolo. La nostra gente ha creduto in noi, ha votato noi e adesso si ritrova a veder girare per le strade questa gente senza arte né parte». Il linguaggio, come suo solito, è colorito. Parla di «paccottiglia di delinquenti», i migranti arrivati in Italia non meritano alcuna ospitalità e sbaglia il governo a concedere loro il permesso temporaneo. «Il popolo non capisce - ha aggiunto lo sceriffo - questi sono tutti clandestini e la battaglia della Lega è sempre stata “fuori dalle balle i clandestini”. Invece la gente mi ferma e mi dice che non bastavano gli altri problemi, adesso c’è anche questa paccottiglia di delinquenti che rapinano strade intere, case dappertutto». Ed a questo punto Gentilini tira in ballo anche Bossi e Maroni, anche loro responsabili, secondo il vicesindaco di Treviso, di quanto sta accadendo a Lampedusa: «Bossi ha detto fuori dalle balle e fuori dalle balle non va d’accordo con i permessi temporanei. Maroni, non continuare così. C’è troppo buonismo, troppa tolleranza, troppo permissivismo». E sulla questione stranieri interviene anche il sindaco Gobbo: «L’Europa non li vuole. Non li vuole la Francia, non li vuole la Germania. Se gli altri dicono di no perché noi dobbiamo dire sì?». Gobbo però difende il permesso breve: «Diciamo che era l’unico modo per far scoprire le carte all’Europa. Per capire fino a che punto erano disposti a arrivare».

Tratto da:


E’ così che si distrugge la società veneta. E’ così che i commercianti di Treviso sono in sofferenza dopo aver dichiarato guerra al Veneto anziché difendere i loro interessi. E che cosa puoi dire a dei commercianti la cui mentalità commerciale consiste nel rubare, fregare, sottrarre, far fessi i clienti per vendere oggetti che non valgono nulla al maggior prezzo possibile? Il centro di Treviso è ridotto ad una fogna deserta. Non una città da vivere, ma un lager spettrale costruito violenza dopo violenza da Gentilini e Gobbo. Fanno bene i trevigiani a rieleggere i leghisti a Treviso: non hanno ancora completato la distruzione della città, ma non manca molto. In compenso i ticinesi hanno appena cominciato...


11 aprile 2011

Claudio Simeoni

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sabato 9 aprile 2011

Incontro Pagus Veneto. L'argomento è "Corte Costituzionale, sentenza 115/2011 contro i sindaci sceriffi"


Incontro mensile del Pagus Veneto.

Il tema del Pagus di giovedì sarà “La sentenza n. 115/2011 con cui la Corte Costituzionale circoscrive i poteri dei sindaci in relazione all’ordine pubblico”. L’idea è questa. Nella storia abbiamo assistito alla nascita di varie ideologie sociali e politiche. Tutte sono state superate dalla storia. Solo le ideologie religiose sono sopravvissute. La religione è la fonte delle ideologie. Per arrivare al punto in cui la religione è l’ideologia senza altre ideologie che mascherano la religione, dovemmo entrare nel III° millennio dell’era moderna. Con la sentenza n. 115 la Corte Costituzionale riporta nell’alveo del ruolo amministrativo il ruolo del Sindaco sottraendolo a quegli obblighi dell’ordine pubblico e dell’applicazione della legge che sono propri della Polizia Giudiziaria in relazione all’attività della Magistratura. Con la sentenza n. 115 la Corte Costituzionale ribadisce la centralità della legge rispetto all’arbitrio del Sindaco che impone le sue regole spesso in violazione della dignità delle persone riportando, a volte, la società civile alla barbarie della società medioevale, Troppo spesso, davanti alla violenza, assistiamo a partiti politici che fuggono da questa discussione e preferiscono rifugiarsi nella retorica vuota anziché affrontare il problema che affligge migliaia di persone.



Che cos’è un Pagus? E’ un incontro-confronto fra pensieri diversi relativi ad un tema di attualità legato alle tematiche civili con un grande impatto dal punto di vista religioso. La differenza sostanziale fra essere cittadini in Veneto ed essere individui paurosi che omologano il loro modo di pensare e vivere la realtà come avessero paura di pensarsi il proprio essere soggetti portatori di diritti Costituzionali nella società civile. Il cittadino discute della società e della realtà in cui vive; il suddito obbedisce agli obblighi morali che il più forte gli impone.

Ogni Pagus ha un tema come oggetto della discussione. Tale tema viene approfondito e discusso in base alla visione del mondo e della vita dei partecipanti. La caratteristica del Pagus è quella di invitare le persone a discutere di un tema sociale importante, ma di non stabilire ordini o priorità nella discussione. Esiste la volontà di berci una birra e di mangiarsi, se si vuole un piatto di patatine fritte, una salciccia o una pizza.

L’incontro del Pagus si terrà a Padova giovedì sera, 14 aprile, dalle 20.45 in poi presso il Pub Mc Gregor in Via Tiziano Aspetti all’angolo con Via Zanchi, di fronte al Bingo. La puntualità non è necessaria . Basta, eventualmente, telefonare al numero: 3277862784.

I Pagus trattano di problemi di attualità visti dal punto di vista del Pagano. Il Pagano è il cittadino che provvede al futuro sociale, a differenza del cristiano che non deve preoccuparsi “di che cosa mangerà o di che cosa si vestirà” perché tanto, a lui, provvede il dio padrone (e poi non stupitevi se in Veneto qualcuno usa il coltello per appropriarsi di quello che gli necessita).


Chi vuole partecipare alla discussione il luogo di ritrovo è al Pub McGregor Via Tiziano Aspetti all’angolo con Via Zanchi a Padova davanti al Bingo alle 20.45.


Capisco che i partiti politici sono tesi a conquistare più voti possibile in vista dell’occupazione di ruoli Istituzionali, ma chi partecipa al Pagus non è attratto da interessi per l’occupazione di cariche Istituzionali, è interessato ad una birra e un piatto di patatine oltre che riflettere sul futuro della società in cui viviamo.


INFORMAZIONE VENETA

Per gli Organizzatori del Pagus Veneto

venerdì 8 aprile 2011

Gentilini, Gobbo e Muraro, i risultati ecomici dell'amministrazione leghista della Marca Trevigiana


E’ il grande successo dell’amministrazione Gentilini, Gobbo e Muraro. Mentre loro giocavano a fare i razzisti contro gli extracomunitari con la complicità di un Prefetto che fingeva di non conoscere le leggi dello Stato (come se gli fosse concesso l’ignoranza della legge), la struttura economica e sociale di Treviso veniva aggredita da questi personaggi al punto di manomettere le condizioni di vita dei trevigiani. Riporto il comunicato della CGIL in cui si dice che nel 2010 sono stati persi nel trevigiano 7259 posti di lavoro e nei primi tre mesi del 2011 sono stati persi 2193 posti di lavoro. E’ come se ai commercianti della Marca entrassero nelle tasche circa 10 milioni di euro in meno. Perché, quei posti di lavoro persi sono quelli che alimentavano il circuito del commercio nella Marca e che alimentavano le casse di quella famigerata organizzazione come la Cassamarca. Le ultime sentenze, da quella della Cassazione contro gli autovelox, con cui la giunta di Treviso rapinava gli automobilisti, a quella della Corte Costituzionale che ha bocciato le attività criminali dello “sceriffo” Gentilini, hanno messo in evidenza come il progetto della lega era finalizzato a costruire miseria in tutti i territori che amministra. Più che amministrazioni, si tratta di vere e proprie occupazioni militari di Istituzioni che vengono usate per sparare nella testa ai cittadini (qualcuno dovrà ridipingere le strisce pedonali che ha fatto dipingere di verde).


A TREVISO 2.193 LICENZIAMENTI NEL PRIMO TRIMESTRE Lo riferisce la Cgil: trend ancora più preoccupante dell’anno scorso

TREVISO - Se nel 2010 le persone che hanno perso il posto di lavoro in provincia di Treviso sono state 7.259, dato peggiore del triennio, il 2011 inizia con un trend ancora più preoccupante perché le espulsioni contate da gennaio a marzo sono già 2.193. Il dato giunge da uno studio della Cgil di Treviso, la quale evidenzia anche che il 27% degli interessati è di nazionalità straniera e che la grande maggioranza delle procedure di mobilità, pari a 1.418 casi, proviene dalle aziende di piccole dimensioni, cioé quelle per le quali gli ammortizzatori sociali sono minimi. L'analisi pone inoltre in rilievo il fatto che sono in forte crescita anche i licenziamenti di personale amministrativo, corrispondente al 36% del totale, contro una media del 28% registrata nel corso del 2010. I settori colpiti dalle perdite di occupazione sono, come prevedibile, soprattutto il metalmeccanico (41% del totale), il tessile-abbigliamento (20%) e legno arredo e affini (17%). Molto evidente, fra le categorie non tutelate da ammortizzatori, l'emorragia di lavoratori dal terziario (31%) e dall'edilizia (28%). Si tratta, per lo più, di nuovi disoccupati in generale "anziani", dato che appena il 5% dei licenziamenti totali riguarda gli under 30. "Diventa fondamentale - è il giudizio di Paolino Barbiero, segretario generale della Cgil provinciale - dare vita al patto per lo sviluppo recentemente siglato con Unindustria Treviso e, allo stesso tempo, costruire con le categorie economiche che rappresentano gli artigiani, l'agricoltura, il terziario e la cooperazione, un Patto di portata provinciale che estenda le tutele ai lavoratori colpiti dalla crisi".


Tratto da:


http://www.oggitreviso.it/treviso-2193-licenziamenti-nel-primo-trimestre-34958 Quest’anno altre migliaia di persone perderanno il posto nella Marca Trevigiana e dovranno ringraziare Gentilini, Muraro, Gobbo e Zaia: loro finanziano l’odio della chiesa cattolica. Se questo è quello che piace ai trevigiani. I colletti bianchi iniziano a stare a casa e la struttura economica del trevigiano favorisce i licenziamenti e le “dismissioni di personale”. Mentre Gentilini affermava che bisognava vestire gli extracomunitari da leprotti per far divertire i cacciatori, vorrei far osservare che dei 2193 licenziati, circa 500 sono stranieri, gli altri 1700 sono italiani e quasi tutti trevigiani. In pratica Gentilini ha fatto vestire da leprotti i trevigiani affinché gli imprenditori si divertissero a sparare loro addosso.


Entra nel circuito del



09 aprile 2011

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell’Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 – Marghera Venezia

Tel. 3277862784

giovedì 7 aprile 2011

Le norme anti-lucciole, anti-accattoni, anti-borsoni, sono illegali! Corte Costituzionale sentenza 115/2011. I sindaci del Veneto sono illegali....

Tutte le norme anti-accattonagio e anti- lucciole SONO NORME ILLEGALI! Come l’anti borsoni di Orsoni. Atti di terrorismo contro la Costituzione della Repubblica e pertanto dal giorno 4 aprile cessano come cessano ogni azione giudiziaria o di polizia intrapreso partendo dalle norme dei “Sindaci sceriffi” in base alla legge dell’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 . Lo stesso Bitonci, che voleva rubare le automobili ai clienti delle donne che cercano di lavorare lungo la strada, viene così fermato e le sue intenzioni dichiarate illegali, criminali! Ricordo come il Blog Informazione Veneta sia sempre stato furioso contro azioni criminali velate da provvedimenti amministrativi. Atti di terrorismo contro i cittadini. Atti di violenza che riportavano il paese al medioevo. Iniziato col terrorismo della lega contro le donne lungo le strade, i musulmani che volevano pregare, i poveri che volevano elemosinare, questo terrorismo non è stato applicato solo da Tosi, Gentilini, Gobbo, ma è stato fatto proprio da Zanonato, Cacciari e continuato con Orsoni. E’ molto più facile fare violenza ai più deboli, come i bambini della chiesa cattolica, così i poveri delle città, che non chiedere giustizia cercando di far condannare gentaglia come Mattiazzo, Scola o Gardin. Un terrorismo che ha la sua origine nel crocifisso e nell’educazione cattolica imposta a bambini indifesi con la violenza criminale da parte dei vescovi cattolici. Vittorio Veneto pretendeva di dare 100 euro di multa a chi fa accattonaggio: CRIMINALI! E non lo dice ora solo il Blog Informazione Veneta, ma la Corte Costituzionale. Tutti i provvedimenti amministrativi cessano di avere validità in quanto la legge che li legittimava è stata cancellata dalla Corte Costituzionale. L’odio di Roberto Maroni contro i cittadini più deboli della società è stato cassato come illegale dalla Corte Costituzionale, dunque criminale.


Scrive la Corte Costituzionale citando il TAR del Veneto:


“La pertinenza del provvedimento impugnato al tema della discriminazione su base razziale, nella prospettazione del rimettente, deriva dal chiaro rapporto tra «accattonaggio», povertà ed esclusione sociale, e dal rischio elevato che in tali condizioni si trovino persone nomadi o migranti, appartenenti a gruppi etnici minoritari. D’altro canto – prosegue il Tribunale – la legge sanziona anche la discriminazione esercitata in forma indiretta, e cioè i casi nei quali «una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri possono mettere le persone di una determinata razza od origine etnica in una posizione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone» (art. 2, comma 1, lettera b, del d.lgs. n. 215 del 2003). Esattamente quel che accadrebbe nella specie, ove un divieto, pure formalmente riferibile alla generalità dei dimoranti nel territorio comunale interessato, avrebbe assunto specifico e particolare rilievo per gli appartenenti a minoranze etniche ed a gruppi di migranti."


Con queste osservazioni appare ben evidente l’odio sociale di Roberto Maroni e la viltà di “tutori dell’ordine” che nell’agire contro le persone fragili hanno manifestato una totale ignoranza delle norme civili calpestando i cittadini.


E la volontà criminale del sindaco che si esprime nelle affermazioni:

“1.4. – Il Tribunale amministrativo del Veneto osserva, sempre in punto di rilevanza della questione, come le censure della ricorrente siano prevalentemente costruite sulla carenza delle condizioni di contingibilità ed urgenza per l’adozione del provvedimento impugnato. Il Comune resistente, dal canto proprio, ha rivendicato la legittimazione del sindaco ad emettere ordinanze ad efficacia non limitata nel tempo, evidenziando il contenuto innovativo della disposizione applicata, che consente ormai l’adozione di ordinanze «anche» contingibili e urgenti, e dunque non solo di provvedimenti destinati a regolare situazioni transitorie od eccezionali.”

Pretendendo la legittimità nel violentare la vita dei cittadini.

Dice la Corte Costituzionale:

“Sulla scorta del rilievo sopra illustrato, che cioè la norma censurata, se correttamente interpretata, non conferisce ai sindaci alcun potere di emanare ordinanze di ordinaria amministrazione in deroga a norme legislative o regolamentari vigenti, si deve concludere che non sussistono i vizi di legittimità che sono stati denunciati sulla base del contrario presupposto interpretativo."


Non è possibile che un sindaco si sostituisca alla legge dello Stato o alla Costituzione violando i diritti dei cittadini: si chiama terrorismo!

E la Corte Costituzionale ricorda:

“Secondo la giurisprudenza di questa Corte, costante sin dalle sue prime pronunce, l’espressione «in base alla legge», contenuta nell’art. 23 Cost., si deve interpretare «in relazione col fine della protezione della libertà e della proprietà individuale, a cui si ispira tale fondamentale principio costituzionale»; questo principio «implica che la legge che attribuisce ad un ente il potere di imporre una prestazione non lasci all’arbitrio dell’ente impositore la determinazione della prestazione» (sentenza n. 4 del 1957). Lo stesso orientamento è stato ribadito in tempi recenti, quando la Corte ha affermato che, per rispettare la riserva relativa di cui all’art. 23 Cost., è quanto meno necessario che «la concreta entità della prestazione imposta sia desumibile chiaramente dagli interventi legislativi che riguardano l’attività dell’amministrazione» (sentenza n. 190 del 2007)."

Pertanto i poliziotti che hanno agito in base ai dettami di Gentilini hanno fatto un’azione criminale contro la Costituzione della Repubblica perché, se è vero che la Corte Costituzionale ha abrogato una norma illegale, l’applicazione della norma illegale è avvenuta con atti illegali e cioè CRIMINALI!

Osserva ancora la Corte Costituzionale:

“7. – Si deve rilevare altresì la violazione dell’art. 97 Cost., che istituisce anch’esso una riserva di legge relativa, allo scopo di assicurare l’imparzialità della pubblica amministrazione, la quale può soltanto dare attuazione, anche con determinazioni normative ulteriori, a quanto in via generale è previsto dalla legge. Tale limite è posto a garanzia dei cittadini, che trovano protezione, rispetto a possibili discriminazioni, nel parametro legislativo, la cui osservanza deve essere concretamente verificabile in sede di controllo giurisdizionale. La stessa norma di legge che adempie alla riserva può essere a sua volta assoggettata – a garanzia del principio di eguaglianza, che si riflette nell’imparzialità della pubblica amministrazione – a scrutinio di legittimità costituzionale."

Per questo la Corte Costituzionale abroga la legge che consentiva ai sindaci di fare norme anti “lucciole”, norme “anti-barboni”, norme “anti-zingari” in pratica di attentare alla Costituzione come ha fatto il sindaco di Mogliano che ha usato la polizia, trasformata in banda criminale, per allontanare i nomadi. Tutte queste nome, da oggi cessano.


Basta al terrorismo dei sindaci del Veneto



Riporto per intero la sentenza della Corte Costituzionale:

SENTENZA N. 115

ANNO 2011

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Ugo DE SIERVO; Giudici : Paolo MADDALENA, Alfio FINOCCHIARO, Alfonso QUARANTA, Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, come sostituito dall’art. 6 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, promosso dal Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, nel procedimento vertente tra l’associazione «Razzismo Stop» onlus e il Comune di Selvazzano Dentro ed altri, con ordinanza del 22 marzo 2010, iscritta al n. 191 del registro ordinanze 2010, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 26, prima serie speciale, dell’anno 2010. Visti l’atto di costituzione della associazione «Razzismo Stop» onlus, nonché l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica del 22 marzo 2011 il Giudice relatore Gaetano Silvestri;

uditi gli avvocati Francesco Caffarelli per l’associazione «Razzismo Stop» onlus e l’avvocato dello


Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1. – Il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, con ordinanza del 22 marzo 2010, ha sollevato – in riferimento agli artt. 2, 3, 5, 6, 8, 13, 16, 17, 18, 21, 23, 24, 41, 49, 70, 76, 77, 97, 113, 117 e 118 della Costituzione – questioni di legittimità costituzionale dell’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), come sostituito dall’art. 6 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, nella parte in cui consente che il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotti provvedimenti a «contenuto normativo ed efficacia a tempo indeterminato», al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minaccino la sicurezza urbana, anche fuori dai casi di contingibilità e urgenza. In particolare, la norma indicata sarebbe illegittima «nella parte in cui ha inserito la congiunzione “anche” prima delle parole “contingibili e urgenti”». Nel giudizio principale è censurato un provvedimento sindacale con il quale si è fatto divieto di «accattonaggio» in vaste zone del territorio comunale, prevedendo, per i trasgressori, una sanzione amministrativa pecuniaria, con possibilità di pagamento in misura ridotta solo per le prime due violazioni accertate. Oggetto del divieto, in particolare, è la richiesta di denaro in luoghi pubblici, effettuata «anche» in forma petulante e molesta, di talché il provvedimento sindacale si estende, secondo il rimettente, alle forme di mendicità non «invasiva o molesta».

1.1. – Il giudizio a quo è stato introdotto dal ricorso di una associazione onlus denominata «Razzismo Stop», che ha dedotto molteplici vizi del provvedimento impugnato. Tale provvedimento sarebbe stato deliberato, anzitutto, in violazione del principio di proporzionalità, nonché dell’art. 54, comma 4, del d.lgs. n. 267 del 2000 e dell’art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241 (Nuove norme in materia di procedimento amministrativo e di diritto di accesso ai documenti amministrativi). In particolare, non risulterebbe allegato e documentato alcun grave pericolo per l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana, e non sussisterebbero quindi, nel caso concreto, le necessarie condizioni di contingibilità e urgenza. L’atto impugnato sarebbe illegittimo anche in forza della sua efficacia a tempo indeterminato, incompatibile, appunto, con i limiti propri delle ordinanze contingibili e urgenti.

Farebbero inoltre difetto, nella specie, i requisiti di proporzionalità e coerenza, posto che almeno il divieto di mendicità «non invasiva» contrasterebbe con le «statuizioni» della sentenza della Corte costituzionale n. 519 del 1995 (dichiarativa della parziale illegittimità dell’art. 670 del codice penale) e con le indicazioni recate dal decreto ministeriale 5 agosto 2008 (deliberato dal Ministro dell’interno a norma del comma 4-bis dell’art. 54 del d.lgs. n. 267 del 2000), che si riferiscono solo a forme di mendicità moleste, o attuate mediante lo sfruttamento di minori o disabili.

La previsione della confisca del denaro versato in violazione del divieto, a titolo di sanzione accessoria, avrebbe derogato alle norme del codice civile in materia di donazione ed ai criteri di proporzionalità e pari trattamento. Inoltre sarebbe illegittima, sempre secondo l’associazione ricorrente, la deroga alle disposizioni ordinarie in materia di ammissione al pagamento in misura ridotta per le infrazioni amministrative (art. 18 della legge 24 novembre 1981, n. 689, recante «Modifiche al sistema penale»).

1.2. – Il Comune interessato, secondo quanto riferito dal Tribunale rimettente, si è costituito nel giudizio amministrativo, chiedendo fosse dichiarata l’inammissibilità del ricorso. L’eccezione è stata respinta dal giudice adito con provvedimento del 4 marzo 2010, mentre è stata accolta la domanda, proposta dalla ricorrente, per una sospensione cautelare degli effetti del provvedimento impugnato.

1.3. – Il giudice a quo osserva preliminarmente, in punto di rilevanza della questione, che sussiste la legittimazione al ricorso dell’associazione «Razzismo Stop», la quale risulta da lungo tempo impegnata, anche nello specifico ambito territoriale, in azioni mirate allo sviluppo dei diritti umani e civili, della solidarietà nei confronti degli indigenti e della integrazione in favore degli stranieri. La stessa associazione, inoltre, è iscritta all’elenco ed al registro previsti rispettivamente dagli artt. 5 e 6 del decreto legislativo 9 luglio 2003, n. 215 (Attuazione della direttiva 2000/43/CE per la parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica). Il rimettente evidenzia, in particolare, che le associazioni iscritte in un apposito elenco (approvato con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro per le pari opportunità) sono legittimate ad agire, anche in assenza di specifiche deleghe, nei casi di discriminazione collettiva, qualora non siano individuabili in modo diretto e immediato le persone offese dal comportamento discriminatorio. La ricorrente è poi iscritta nel registro, istituito presso la Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento per le pari opportunità, delle associazioni e degli enti che svolgono attività nel campo della lotta alle discriminazioni e della promozione della parità di trattamento, e che rispondono a determinate caratteristiche di stabilità ed affidabilità. La pertinenza del provvedimento impugnato al tema della discriminazione su base razziale, nella prospettazione del rimettente, deriva dal chiaro rapporto tra «accattonaggio», povertà ed esclusione sociale, e dal rischio elevato che in tali condizioni si trovino persone nomadi o migranti, appartenenti a gruppi etnici minoritari. D’altro canto – prosegue il Tribunale – la legge sanziona anche la discriminazione esercitata in forma indiretta, e cioè i casi nei quali «una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri possono mettere le persone di una determinata razza od origine etnica in una posizione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone» (art. 2, comma 1, lettera b, del d.lgs. n. 215 del 2003). Esattamente quel che accadrebbe nella specie, ove un divieto, pure formalmente riferibile alla generalità dei dimoranti nel territorio comunale interessato, avrebbe assunto specifico e particolare rilievo per gli appartenenti a minoranze etniche ed a gruppi di migranti. Ciò premesso, il rimettente valuta che sussistano l’interesse e la legittimazione ad agire della onlus «Razzismo Stop», posta l’integrazione, nel caso concreto, dei criteri elaborati dalla stessa giurisprudenza amministrativa (posizione dell’ente quale stabile punto di riferimento del gruppo portatore dell’interesse pregiudicato, corrispondenza della tutela di detto interesse alle finalità annoverate nello statuto della formazione, collegamento specifico e non occasionale con l’ambito territoriale interessato dalla lesione denunciata). La natura fondamentale del diritto eventualmente violato, e la previsione ad opera della legge di una specifica azione civile contro gli atti discriminatori (art. 44 del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, recante «Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell'immigrazione e norme sulla condizione dello straniero»), non varrebbero ad escludere, sotto un diverso profilo, l’ammissibilità del ricorso al giudice amministrativo. Questi può infatti conoscere vizi dell’atto che risultino pertinenti alla lesione di diritti fondamentali della persona (è citata, tra l’altro, la sentenza della Corte costituzionale n. 140 del 2007). Al tempo stesso, la disponibilità di un mezzo specifico di tutela contro i fatti di discriminazione non potrebbe inibire il ricorso agli ordinari strumenti di garanzia nei confronti della pubblica amministrazione.

1.4. – Il Tribunale amministrativo del Veneto osserva, sempre in punto di rilevanza della questione, come le censure della ricorrente siano prevalentemente costruite sulla carenza delle condizioni di contingibilità ed urgenza per l’adozione del provvedimento impugnato. Il Comune resistente, dal canto proprio, ha rivendicato la legittimazione del sindaco ad emettere ordinanze ad efficacia non limitata nel tempo, evidenziando il contenuto innovativo della disposizione applicata, che consente ormai l’adozione di ordinanze «anche» contingibili e urgenti, e dunque non solo di provvedimenti destinati a regolare situazioni transitorie od eccezionali. Il giudice a quo ritiene che, in ragione dell’attuale sua formulazione, la norma censurata conferisca effettivamente al sindaco, in assenza di elementi utili a delimitarne la discrezionalità, un potere normativo vasto e indeterminato, idoneo ad esplicarsi in deroga alle norme di legge ed all’assetto vigente delle competenze amministrative, semplicemente in forza del dichiarato orientamento a fini di protezione della sicurezza urbana. Proprio tale potere sarebbe stato esercitato nella specie, fuori da concrete condizioni di contingibilità e urgenza, cosicché l’accoglimento della questione sollevata esplicherebbe sicuri effetti sulla decisione del ricorso.


1.5. – A parere del rimettente la portata della norma oggetto di censura non sarebbe suscettibile di un’interpretazione restrittiva, che valga a recuperarne la compatibilità con i parametri costituzionali evocati. Sarebbe inequivoco, in particolare, il significato letterale e logico che alla norma deriva dall’inserimento della congiunzione «anche», tale appunto da estendere la competenza sindacale a provvedimenti non contingibili e urgenti. Detto inserimento non potrebbe d’altra parte definirsi casuale o «involontario», dato che deriva dall’approvazione di uno specifico emendamento del Governo nel corso dei lavori parlamentari per la conversione del decreto-legge n. 92 del 2008. La possibilità per il sindaco di adottare provvedimenti efficaci a tempo indeterminato sull’intero territorio comunale conferirebbe alle «nuove» ordinanze una marcata valenza normativa, indipendentemente dalla formale persistenza dell’obbligo di motivazione, che la legge del resto esclude per gli atti normativi e quelli a contenuto generale (è citato il comma 2 dell’art. 3 della legge n. 241 del 1990). Non potrebbe d’altro canto condividersi l’orientamento restrittivo che, muovendo dalla perdurante necessità di osservanza dei principi generali dell’ordinamento, include tra detti principi quello della tipicità e della conformità alla legge degli atti amministrativi, della riserva di legge e della competenza. La soluzione, nella sua attitudine ad escludere ogni iniziativa extra ordinem del sindaco, «anche» per i casi di contingibilità e urgenza, finirebbe col sopprimere una risorsa tradizionale e indispensabile allo scopo di fronteggiare gravi pericoli che incombano sulla sicurezza dei cittadini e non siano governabili mediante gli strumenti ordinari. La Corte costituzionale, già chiamata a valutare in diversa prospettiva la legittimità della norma censurata, avrebbe riconosciuto la portata essenzialmente normativa dei nuovi poteri conferiti al sindaco, là dove ha evidenziato la possibilità che questi emani anche «provvedimenti di ordinaria amministrazione a tutela di esigenze di incolumità pubblica e sicurezza urbana» (è citata la sentenza n. 196 del 2009). Il rimettente ricorda come la stessa Corte, pronunciando sulla norma concernente i poteri di ordinanza del prefetto (art. 2 del regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, recante «Approvazione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza»), abbia dapprima optato per una sentenza interpretativa di rigetto, in base all’assunto che detta norma non conferisse il potere di emanare provvedimenti ad efficacia illimitata nel tempo (sentenza n. 8 del 1956). Qualche anno dopo, tuttavia, la Corte ha constatato il perdurare della prassi prefettizia di adottare ordinanze a carattere permanente, e per tale ragione si è determinata ad una dichiarazione di illegittimità costituzionale parziale della norma censurata (sentenza n. 26 del 1961). Il Tribunale assume che un fenomeno analogo segnerebbe le «nuove» ordinanze sindacali, posto che numerosi provvedimenti sono stati deliberati, in applicazione del comma 4 dell’art. 54, con il più vario oggetto, spesso imponendo divieti od obblighi di tenere comportamenti significativi sul piano religioso o su quello delle tradizioni etniche. Una «interpretazione adeguatrice» risulterebbe quindi «impraticabile», a fronte di una realtà che vede esercitare in modo incontrollato poteri di normazione, secondo le opzioni politiche individuali dei sindaci, su materie inerenti ai diritti ed alle libertà fondamentali.

1.6. – Nel merito, secondo il rimettente, la disposizione oggetto di censura, interpretata come impone la presenza della congiunzione «anche» prima delle parole «contingibili e urgenti», contrasterebbe con i principi costituzionali di legalità, tipicità e delimitazione della discrezionalità, enucleabili dagli artt. 23, 97, 70, 76, 77 e 117 Cost. (sono citate, quali decisioni della Corte costituzionale che avrebbero «chiaramente sancito» il rilievo costituzionale dei principi richiamati, le sentenze n. 8 del 1956, n. 26 del 1961, n. 4 del 1977 e n. 201 del 1987). Contingibilità e urgenza, infatti, dovrebbero rappresentare «presupposto, condizione e limite» per una disciplina che consenta il superamento, sia pure nell’ambito dei principi generali dell’ordinamento, delle disposizioni vigenti in rapporto ad una determinata materia, e che attribuisca un potere siffatto «in capo ad un organo monocratico, in luogo di quello ordinariamente deputato». Per tale ragione, le norme in materia di ordinanze dovrebbero assicurare indefettibilmente il contenuto provvedimentale delle medesime, in rapporto all’obbligo di motivazione e all’efficacia nel tempo. Anche nel caso di provvedimenti a contenuto normativo – prosegue il rimettente – non sarebbe consentita alcuna funzione innovativa del diritto oggettivo, ma solo una funzione di deroga, in via eccezionale e provvisoria, alle norme ordinarie. La disposizione censurata, invece, avrebbe disegnato una vera e propria fonte normativa, libera nel contenuto ed equiparata alla legge, così violando tutte le regole costituzionali che riservano alle assemblee legislative il compito di emanare atti aventi forza e valore di legge (artt. 23 e 97, nonché artt. 70, 76, 77 e 117 Cost.).

1.7. – Il comma 4 dell’art. 54 del d.lgs. n. 267 del 2000, a parere del giudice a quo, viola anche la riserva di legge ed il principio di legalità sostanziale in materia di sanzioni amministrative (artt. 3, 23 e 97 Cost.). L’art. 23 Cost., in particolare, stabilisce che le prestazioni personali e patrimoniali sono imposte ai singoli in base alla legge. Tale riserva è solo relativa, ma la giurisprudenza costituzionale avrebbe da tempo chiarito come gli spazi discrezionali per la pubblica amministrazione non possano estendersi all’oggetto della prestazione ed ai criteri per identificarla (sono citate le sentenze n. 4 del 1957 e n. 447 del 1988). La norma censurata, invece, avrebbe attribuito un potere normativo sganciato dai presupposti fattuali della contingibilità ed urgenza, dunque tendenzialmente illimitato e capace di incidere sulla libertà dei singoli di tenere ogni comportamento che non sia vietato dalla legge. Una indeterminatezza non ridotta, nella prospettazione del rimettente, dal decreto ministeriale adottato (il 5 agosto 2008) a norma del comma 4-bis dello stesso art. 54, dato che il provvedimento sarebbe a sua volta generico, e privo di una chiara definizione del concetto di «sicurezza urbana». A conferma della situazione descritta varrebbe, ancora una volta, la casistica dei provvedimenti assunti in applicazione della norma censurata: da casi di sovrapposizione con norme penali (come per talune ordinanze che vietano la vendita di alcolici a minori infrasedicenni o proibiscono la cessione di stupefacenti) a casi nei quali vengono incise libertà fondamentali direttamente garantite da precetti costituzionali. Assumerebbero particolare rilievo, in tale prospettiva, l’art. 13 Cost. in materia di libertà personale, l’art. 16 Cost. sulla libertà di circolazione e soggiorno, l’art. 17 Cost. sulla libertà di riunione, l’art. 41 Cost. in materia di iniziativa economica (è fatto a questo proposito l’esempio di ordinanze che fissano limiti minimi di reddito, ed obblighi di documentazione circa la fonte, per ottenere iscrizioni anagrafiche). Anche la potestà legislativa riservata alle Regioni sarebbe direttamente vulnerata (art. 117 Cost.).

1.8. – La possibilità, introdotta dalla norma censurata, che l’esercizio di diritti fondamentali della persona venga diversamente regolato sulla ristretta base territoriale dei singoli Comuni comporta, secondo il Tribunale amministrativo del Veneto, un irragionevole frazionamento, ed un regime di disuguaglianza incompatibile con l’art. 3 Cost. Sarebbero violati inoltre i principi di unità ed indivisibilità della Repubblica (art. 5 Cost.), di legalità (art. 97 Cost.), di riparto delle funzioni amministrative (art. 118 Cost.).

1.9. – A parere del rimettente la capacità «invasiva» che il comma 4 dell’art. 54 conferisce ai provvedimenti sindacali rispetto a materie riservate alle attribuzioni consiliari (come ad esempio il regolamento di polizia urbana) comporta un’irragionevole alterazione del riparto di competenze all’interno della stessa organizzazione comunale. L’assunzione delle decisioni spettanti all’assemblea, che rappresenta la generalità dei cittadini, da parte di un organo monocratico che nella specie agisce quale ufficiale di Governo, «finisce per contraddire» la necessità di pluralismo della quale sono espressione gli artt. 2, 6, 8, 18, 21, 33, 39 e 49 Cost.

1.10. – Sarebbero violati infine, secondo il Tribunale, gli artt. 24 e 113 Cost., in ragione della vastità e della indeterminatezza dei poteri attribuiti al sindaco, tali da rendere eccessivamente difficoltosa la possibilità di un sindacato giurisdizionale effettivo delle singole fattispecie.

2. – Con atto depositato il 20 luglio 2010, è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato. La difesa statale, dopo aver riassunto le questioni proposte dal rimettente, chiede che le stesse siano dichiarate inammissibili o infondate.

2.1. – La norma censurata avrebbe potenziato gli strumenti a disposizione del sindaco alla luce dell’esigenza di valorizzare il ruolo degli enti locali anche in materia di sicurezza pubblica (è citata, in proposito, la relazione al decreto-legge n. 92 del 2008). La Corte costituzionale, con la sentenza n. 196 del 2009, avrebbe già rimarcato come la novella abbia introdotto, al fianco del potere di provvedere in situazioni di contingibilità e urgenza, la possibilità per i sindaci «di adottare provvedimenti di ordinaria amministrazione a tutela di esigenze di incolumità pubblica e sicurezza urbana». Lo stesso art. 54, d’altra parte, avrebbe fissato alcuni parametri di contenimento e indirizzo del potere sindacale. Sarebbe infatti richiesta una situazione di «pericolo, attuale o potenziale, di minaccia all’incolumità pubblica e alla sicurezza urbana». Il pericolo, in tale contesto, dovrebbe essere «grave», ed il provvedimento dovrebbe assicurare, per essere legittimo, una «funzione risolutiva». Di tali condizioni l’ordinanza del sindaco dovrebbe dare conto nella relativa motivazione, espressamente richiesta dalla legge. Proprio dall’obbligo di motivazione, secondo l’Avvocatura generale, dovrebbe desumersi l’erroneità dell’assunto che attribuisce la valenza di provvedimento normativo alle nuove ordinanze. D’altro canto il dovere di osservanza dei principi generali dell’ordinamento implicherebbe la necessaria applicazione dei criteri di proporzionalità e di ragionevolezza, inteso quest’ultimo come elemento di coerenza interna del provvedimento sindacale e di sua congruenza rispetto alla fattispecie da regolare. Una ulteriore definizione dell’ambito applicativo della norma censurata è poi intervenuta, secondo la difesa statale, ad opera del d.m. 5 agosto 2008, cui la giurisprudenza amministrativa avrebbe già riconosciuto tale efficacia e la capacità di contemperare esigenze locali e carattere unitario dell’ordinamento. Il decreto in particolare, con le previsioni contenute nelle lettere da a) ad e) dell’art. 2, avrebbe delimitato specifiche aree di intervento, tutte riconducibili all’attività di prevenzione e repressione dei reati, di competenza esclusiva dello Stato (è citata la sentenza della Corte costituzionale n. 196 del 2009). Lo stesso decreto, inoltre, prescriverebbe che l’azione amministrativa «si eserciti nel rispetto delle leggi vigenti», ponendo quindi un ulteriore e più stringente limite, tale da escludere la funzione normativa delle ordinanze, e da configurare le medesime quali strumenti per concrete prescrizioni a tutela della vita associata. L’indeterminatezza dei poteri attribuiti al sindaco sarebbe esclusa anche in forza della necessaria interlocuzione preventiva con il prefetto, che varrebbe ad assicurare l’efficace coordinamento tra competenze locali e competenze statali, ulteriormente favorito dalle possibilità di intervento sostitutivo e di convocazione della conferenza prevista dal comma 5 dello stesso art. 54. Tale ultima norma, in definitiva, avrebbe semplicemente perfezionato l’inserimento dell’ente locale nel sistema nazionale della sicurezza pubblica, senza alcuna violazione dei principi di legalità, tipicità e delimitazione della discrezionalità.

3. – Con atto depositato il 15 giugno 2010, si è costituita nel giudizio l’associazione onlus «Razzismo Stop», in persona del Presidente in carica, costituito allo scopo procuratore speciale dall’assemblea dei soci. Secondo la parte privata, la norma censurata dovrebbe essere dichiarata costituzionalmente illegittima.

3.1. – Il comma 4 dell’art. 54 del d.lgs. n. 267 del 2000, in effetti, avrebbe dato vita ad una fonte normativa «libera», di valore equiparato a quello della legge, con conseguente violazione della riserva di legge di cui agli artt. 23 e 97 Cost., e delle competenze legislative che la Costituzione affida in via esclusiva alle assemblee elettive dello Stato e delle Regioni (artt. 70, 76, 77 e 117 Cost.). La giurisprudenza costituzionale avrebbe già chiarito – si osserva – che solo situazioni straordinarie e temporanee possono legittimare l’assunzione di poteri extra ordinem da parte delle autorità amministrative. La norma censurata consentirebbe invece veri e propri atti di normazione a carattere generale, come documentato dallo stesso caso di specie (ove è stato introdotto a tempo indeterminato, mediante ordinanza sindacale, un divieto di donazione). La legge non delimiterebbe, in particolare, né l’oggetto né i margini discrezionali della potestà conferita al sindaco, una volta reciso il legame con i presupposti fattuali della contingibilità ed urgenza, ed una volta stabilito quale unico limite contenutistico la necessaria osservanza dei principi generali dell’ordinamento (senza che possano valere, in senso contrario, le generiche indicazioni provenienti dal decreto ministeriale del 5 agosto 2008). In questo contesto, oltre che i parametri espressivi del principio di legalità (l’art. 23 e l’art. 97 Cost.), la parte costituita evoca il principio di legalità sostanziale, argomentando come la riconosciuta possibilità di introdurre precetti assistiti da una sanzione possa condurre ad arbitrarie limitazioni delle libertà individuali (art. 3 Cost.).

3.2. – Al sindaco sarebbe stata riconosciuta addirittura, secondo l’associazione «Razzismo Stop», la possibilità di sovrapporre proprie arbitrarie prescrizioni alle norme penali e, comunque, alle regole di garanzia dei diritti individuali. La norma censurata determinerebbe quindi una violazione di competenze esclusive dello Stato, in contrasto con gli artt. 13, 16, 17 e 41 Cost., nonché (quanto alle competenze legislative regionali) con l’art. 117 Cost. Non sono legittimi – si osserva – provvedimenti non legislativi che conculchino libertà individuali, fino a disciplinare «a livello condominiale» una variabile conformazione di obblighi e divieti. Lo stesso inevitabile frazionamento delle fonti, con regole di comportamento diverse su ristretta base territoriale, in violazione del principio di pari garanzia delle libertà fondamentali, implicherebbe la pratica impossibilità per i consociati di conoscere e rispettare le regole vigenti in tutte le porzioni di territorio da loro attraversate. Di qui l’asserita violazione del principio di ragionevolezza (art. 3 Cost.), di «uguaglianza di cui all’art. 2» Cost., di unità ed indivisibilità della Repubblica (art. 5 Cost.), di legalità (art. 97 Cost.), di riparto delle funzioni amministrative (art. 118 Cost.).

3.3. – L’associazione costituita in giudizio riprende anche le osservazioni del rimettente circa l’attrazione alla competenza sindacale di scelte e provvedimenti che, per la loro natura normativa, dovrebbero essere rimessi alla dialettica ed al pluralismo tipici dell’assemblea comunale elettiva. Un’attrazione che, oltretutto, il sindaco esercita in quanto ufficiale del Governo, sganciandosi finanche dal «mandato» che gli deriva in esito alle elezioni municipali. Viene prospettata, di conseguenza, una violazione degli artt. 2, 6, 8, 18, 21, 33, 39 e 49 Cost.

3.4. – Da ultimo, la parte privata prospetta una concomitante violazione degli artt. 24 e 113 Cost., posto che vastità ed indeterminatezza dei poteri conferiti al sindaco sarebbero tali da rendere eccessivamente difficoltoso l’esercizio di un sindacato giurisdizionale effettivo delle singole fattispecie.

4. – In data 22 febbraio 2011, la stessa associazione «Razzismo Stop» ha depositato una memoria, insistendo affinché sia dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 54, comma 4, del d.lgs. n. 267 del 2000, in riferimento agli artt. 2, 3, 5, 6, 8, 13, 16, 17, 18, 21, 23, 24, 41, 49, 70, 76, 77, 97, 113, 117 e 118 Cost. La memoria ribadisce gli argomenti già proposti con l’atto di costituzione. Si aggiunge che l’art. 54 del d.lgs. n. 267 del 2000 sarebbe illegittimo anche nella parte in cui attribuisce al Ministro dell’interno il potere di regolamentare l’ambito applicativo dei nuovi poteri sindacali, e dunque una funzione normativa non conforme all’ordinamento costituzionale. Tra l’altro, il decreto ministeriale 5 agosto 2008 avrebbe introdotto anche disposizioni innovative rispetto alla stessa previsione censurata, così palesando ulteriori profili di illegittimità. La correttezza delle ordinanze extra ordinem legittimate dalla novella del 2008 non sarebbe assicurata, secondo la parte privata, né dalla troppo generica prescrizione del rispetto dei principi generali dell’ordinamento, né dalla necessaria interlocuzione del sindaco con il prefetto. Tale interlocuzione non integra un rapporto di subordinazione gerarchica tra il primo ed il secondo, né una immedesimazione organica tra il sindaco e l’Amministrazione dell’interno. Tanto che – si osserva – la giurisprudenza riferisce al Comune, e non allo Stato, la responsabilità risarcitoria per danni derivati da ordinanze contingibili e urgenti (è citata la sentenza del Consiglio di Stato n. 4529 del 2010).

5. – In data 1° marzo 2011 il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, ha depositato memoria, al fine di ribadire la richiesta d’una pronuncia di inammissibilità e, comunque, di infondatezza delle questioni sollevate. La difesa statale assume, nell’occasione, che la norma censurata, pur nella versione scaturita dal recente intervento di riforma, avrebbe conservato sostanzialmente l’impianto originario. In particolare, aumentando poteri già tipicamente riconosciuti al sindaco quale ufficiale di Governo, la norma avrebbe implementato gli strumenti di raccordo tra l’azione sindacale e l’attività del prefetto, cui la legge attribuisce funzione di interlocuzione preventiva, di sostituzione e di stimolo. Sarebbe dunque smentito l’assunto del rimettente circa l’ampiezza e l’indeterminatezza dei provvedimenti oggi consentiti al sindaco. La norma censurata – si ammette – configura una nuova classe di provvedimenti «ordinari», non condizionati dalla contingibilità e dall’urgenza. Tali provvedimenti, tuttavia, sarebbero vincolati nel fine, dovrebbero rispettare i «principi fondamentali» (espressi, secondo la memoria, dalle norme costituzionali, sovranazionali e comunitarie), principi tra i quali sono comprese la proporzionalità e la ragionevolezza, e infine richiederebbero adeguata motivazione (dal che risulterebbe smentita la loro natura normativa). La discrezionalità riconosciuta al sindaco sarebbe ulteriormente limitata, sempre a parere del Presidente del Consiglio dei ministri, dalle definizioni e dalle prescrizioni contenute nel decreto del Ministro dell’interno in data 5 agosto 2008. La pertinenza della fonte alla materia della sicurezza pubblica, ribadita dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 226 del 2010, varrebbe a documentare che i provvedimenti sindacali non servono «a introdurre nuove discipline tendenzialmente generali, ma contengono le misure concrete» volte ad assicurare «il risultato dell’effettivo rispetto delle norme poste da altre fonti a tutela della vita associata». Non solo, quindi, sarebbe confermata la compatibilità tra la norma censurata e la previsione costituzionale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera h), Cost., ma andrebbe «superato ogni dubbio di indeterminatezza» della norma medesima. Infine, e comunque, la piena sindacabilità delle ordinanze in sede giurisdizionale, confermata dalla giurisprudenza già pronunciatasi in materia, renderebbe inammissibili le questioni sollevate dal Tribunale amministrativo veneto.


Considerato in diritto


1. – Il Tribunale amministrativo regionale per il Veneto, con ordinanza del 22 marzo 2010, ha sollevato – in riferimento agli artt. 2, 3, 5, 6, 8, 13, 16, 17, 18, 21, 23, 24, 41, 49, 70, 76, 77, 97, 113, 117 e 118 della Costituzione – questioni di legittimità costituzionale dell’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), come sostituito dall’art. 6 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, nella parte in cui consente che il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotti provvedimenti a «contenuto normativo ed efficacia a tempo indeterminato», al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minaccino la sicurezza urbana, anche fuori dai casi di contingibilità e urgenza. In particolare, la norma indicata sarebbe illegittima «nella parte in cui ha inserito la congiunzione “anche” prima delle parole “contingibili e urgenti”».


1.1. – La disposizione censurata violerebbe anzitutto, ed in particolare, gli artt. 23, 70, 76, 77, 97 e 117 Cost., ove sono espressi i principi costituzionali di legalità, tipicità e delimitazione della discrezionalità. In base ai principi citati, una disciplina che consenta l’adozione di disposizioni derogatorie alle norme vigenti in rapporto ad una determinata materia, e che attribuisca un potere siffatto «in capo ad un organo monocratico, in luogo di quello ordinariamente deputato», sarebbe legittima solo in quanto configuri una situazione di contingibilità ed urgenza quale «presupposto, condizione e limite» per l’esercizio del potere in questione. Gli stessi parametri costituzionali sarebbero violati anche perché la disposizione censurata, secondo il rimettente, istituisce una vera e propria fonte normativa, libera nel contenuto ed equiparata alla legge (in quanto idonea a derogare alla legge medesima), in contrasto con le regole costituzionali che riservano alle assemblee legislative il compito di emanare atti aventi forza e valore di legge. Il Tribunale propone poi un’ulteriore questione con riferimento agli artt. 3, 23 e 97 Cost., che pongono la riserva di legge ed il principio di legalità sostanziale in materia di sanzioni amministrative. Infatti la norma censurata, rimuovendo i presupposti fattuali della contingibilità ed urgenza, avrebbe conferito al sindaco un potere discrezionale e tendenzialmente illimitato di conculcare la libertà dei singoli di tenere ogni comportamento che non sia vietato dalla legge. Ancora, il comma 4 dell’art. 54 del d.lgs. n. 267 del 2000 violerebbe gli artt. 13, 16, 17 e 41 Cost., ciascuno dei quali espressivo di una riserva di legge a tutela di diritti e libertà fondamentali della persona (in particolare, la libertà personale, la libertà di soggiorno e circolazione, la libertà di riunione, la libertà in materia di iniziativa economica), che la disposizione censurata renderebbe suscettibili di compressione per effetto di provvedimenti non aventi rango di legge. Una censura ulteriore è proposta dal rimettente in relazione all’art. 117 Cost., perché il potere di normazione conferito dalla disposizione censurata consentirebbe l’invasione degli ambiti di competenza legislativa regionale. Ancora, la norma in oggetto sarebbe illegittima in ragione del suo contrasto con gli artt. 2 e 3 Cost., poiché implica che la disciplina di identici comportamenti – anche quando espressivi dell’esercizio di diritti fondamentali, e dunque necessariamente garantiti in modo uniforme sull’intero territorio nazionale – venga irragionevolmente differenziata in rapporto ad ambiti territoriali frazionati (fino al limite rappresentato dal territorio ripartito di tutti i Comuni italiani). L’indicato frazionamento, d’altra parte, comporrebbe una lesione dei principi di unità ed indivisibilità della Repubblica (art. 5 Cost.), di legalità (art. 97 Cost.), di riparto delle funzioni amministrative (art. 118 Cost.). Il Tribunale rimettente prospetta poi un’ulteriore violazione, relativamente agli artt. 2, 6, 8, 18, 21, 33, 39 e 49 Cost., che pongono il principio costituzionale del pluralismo, anche sotto il profilo culturale, politico, religioso e scientifico: la norma censurata, infatti, conferirebbe una potestà normativa, tendenzialmente libera se non nell’orientamento finalistico, ad un organo monocratico che nella specie opera quale ufficiale di Governo, derogando alle competenze ordinarie dell’assemblea comunale elettiva, in materia tra l’altro di regolamento della polizia urbana. Infine, con il comma 4 del d.lgs. n. 267 del 2000, si sarebbe determinata una violazione degli artt. 24 e 113 Cost., in ragione della vastità ed indeterminatezza dei poteri attribuiti al sindaco e della conseguente ampia discrezionalità esercitabile dal sindaco medesimo, tale da rendere eccessivamente difficoltosa la possibilità di un effettivo sindacato giurisdizionale delle singole fattispecie.

2. – Preliminarmente, deve essere disattesa l’eccezione di inammissibilità sollevata dalla difesa dello Stato, sulla scorta del rilievo che le ordinanze oggetto del presente giudizio sarebbero pienamente sindacabili in sede giurisdizionale, e che i vizi di legittimità costituzionale denunciati dal rimettente costituirebbero in realtà vizi dell’atto amministrativo, i quali ben potrebbero determinare, se accertati, l’annullamento o la disapplicazione delle ordinanze stesse nelle sedi giudiziarie competenti. Il giudice a quo ha adottato un significato della disposizione censurata, in base al quale non sarebbe rinvenibile, all’interno della stessa, una configurazione di limiti specifici, che possano consentire al giudice adito di valutare in concreto la legittimità degli atti impugnati. Il rimettente è pervenuto a tale conclusione dopo aver esplicitamente scartato possibili interpretazioni conformi a Costituzione, che pure sono state proposte da una parte della dottrina. L’atto amministrativo impugnato si presentava quindi, a parere del giudice rimettente, non in contrasto con l’art. 54, comma 4, del d.lgs. n. 267 del 2000 (nel nuovo testo introdotto nel 2008) e pertanto il ricorso contro lo stesso avrebbe dovuto essere rigettato. Tuttavia lo stesso giudice, dubitando della legittimità costituzionale della norma legislativa che è posta a fondamento dell’atto, e denunciando una serie di presunti vizi riscontrati, ha sollevato la questione oggetto del presente giudizio. In definitiva, la rilevanza della questione nel processo principale è motivata in modo plausibile.


3. – Nel merito, la questione è fondata.


3.1. – Occorre innanzitutto procedere ad una analisi dell’enunciato normativo contenuto nella disposizione censurata. Si deve notare, al riguardo, che nell’art. 54, comma 4, del d.lgs. n. 267 del 2000 è scritto: «Il sindaco, quale ufficiale del Governo, adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento, al fine di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana». Si può osservare agevolmente che la frase «anche contingibili e urgenti nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento» è posta tra due virgole. Si deve trarre da ciò la conclusione che il riferimento al rispetto dei soli principi generali dell’ordinamento riguarda i provvedimenti contingibili e urgenti e non anche le ordinanze sindacali di ordinaria amministrazione. L’estensione anche a tali atti del regime giuridico proprio degli atti contingibili e urgenti avrebbe richiesto una disposizione così formulata: «adotta con atto motivato provvedimenti, anche contingibili e urgenti, nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento […]». La dizione letterale della norma implica che non è consentito alle ordinanze sindacali “ordinarie” – pur rivolte al fine di fronteggiare «gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana» – di derogare a norme legislative vigenti, come invece è possibile nel caso di provvedimenti che si fondino sul presupposto dell’urgenza e a condizione della temporaneità dei loro effetti. Questa Corte ha infatti precisato, con giurisprudenza costante e consolidata, che deroghe alla normativa primaria, da parte delle autorità amministrative munite di potere di ordinanza, sono consentite solo se «temporalmente delimitate» (ex plurimis, sentenze n. 127 del 1995, n. 418 del 1992, n. 32 del 1991, n. 617 del 1987, n. 8 del 1956) e, comunque, nei limiti della «concreta situazione di fatto che si tratta di fronteggiare» (sentenza n. 4 del 1977). Le ordinanze oggetto del presente scrutinio di legittimità costituzionale non sono assimilabili a quelle contingibili e urgenti, già valutate nelle pronunce appena richiamate. Esse consentono ai sindaci «di adottare provvedimenti di ordinaria amministrazione a tutela di esigenze di incolumità pubblica e sicurezza urbana» (sentenza n. 196 del 2009). Sulla scorta del rilievo sopra illustrato, che cioè la norma censurata, se correttamente interpretata, non conferisce ai sindaci alcun potere di emanare ordinanze di ordinaria amministrazione in deroga a norme legislative o regolamentari vigenti, si deve concludere che non sussistono i vizi di legittimità che sono stati denunciati sulla base del contrario presupposto interpretativo.

4. – Le considerazioni che precedono non esauriscono tuttavia l’intera problematica della conformità a Costituzione della norma censurata. Quest’ultima attribuisce ai sindaci il potere di emanare ordinanze di ordinaria amministrazione, le quali, pur non potendo derogare a norme legislative o regolamentari vigenti, si presentano come esercizio di una discrezionalità praticamente senza alcun limite, se non quello finalistico, genericamente identificato dal legislatore nell’esigenza «di prevenire e di eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana». Questa Corte ha affermato, in più occasioni, l’imprescindibile necessità che in ogni conferimento di poteri amministrativi venga osservato il principio di legalità sostanziale, posto a base dello Stato di diritto. Tale principio non consente «l’assoluta indeterminatezza» del potere conferito dalla legge ad una autorità amministrativa, che produce l’effetto di attribuire, in pratica, una «totale libertà» al soggetto od organo investito della funzione (sentenza n. 307 del 2003; in senso conforme, ex plurimis, sentenze n. 32 del 2009 e n. 150 del 1982). Non è sufficiente che il potere sia finalizzato dalla legge alla tutela di un bene o di un valore, ma è indispensabile che il suo esercizio sia determinato nel contenuto e nelle modalità, in modo da mantenere costantemente una, pur elastica, copertura legislativa dell’azione amministrativa.

5. – Le ordinanze sindacali oggetto del presente giudizio incidono, per la natura delle loro finalità (incolumità pubblica e sicurezza urbana) e per i loro destinatari (le persone presenti in un dato territorio), sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare, che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, impongono comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati. La Costituzione italiana, ispirata ai principi fondamentali della legalità e della democraticità, richiede che nessuna prestazione, personale o patrimoniale, possa essere imposta, se non in base alla legge (art. 23). La riserva di legge appena richiamata ha indubbiamente carattere relativo, nel senso che lascia all’autorità amministrativa consistenti margini di regolazione delle fattispecie in tutti gli ambiti non coperti dalle riserve di legge assolute, poste a presidio dei diritti di libertà, contenute negli artt. 13 e seguenti della Costituzione. Il carattere relativo della riserva de qua non relega tuttavia la legge sullo sfondo, né può costituire giustificazione sufficiente per un rapporto con gli atti amministrativi concreti ridotto al mero richiamo formale ad un prescrizione normativa “in bianco”, genericamente orientata ad un principio-valore, senza una precisazione, anche non dettagliata, dei contenuti e modi dell’azione amministrativa limitativa della sfera generale di libertà dei cittadini. Secondo la giurisprudenza di questa Corte, costante sin dalle sue prime pronunce, l’espressione «in base alla legge», contenuta nell’art. 23 Cost., si deve interpretare «in relazione col fine della protezione della libertà e della proprietà individuale, a cui si ispira tale fondamentale principio costituzionale»; questo principio «implica che la legge che attribuisce ad un ente il potere di imporre una prestazione non lasci all’arbitrio dell’ente impositore la determinazione della prestazione» (sentenza n. 4 del 1957). Lo stesso orientamento è stato ribadito in tempi recenti, quando la Corte ha affermato che, per rispettare la riserva relativa di cui all’art. 23 Cost., è quanto meno necessario che «la concreta entità della prestazione imposta sia desumibile chiaramente dagli interventi legislativi che riguardano l’attività dell’amministrazione» (sentenza n. 190 del 2007). È necessario ancora precisare che la formula utilizzata dall’art. 23 Cost. «unifica nella previsione i due tipi di prestazioni “imposte”» e «conserva a ciascuna di esse la sua autonomia», estendendosi naturalmente agli «obblighi coattivi di fare» (sentenza n. 290 del 1987). Si deve aggiungere che l’imposizione coattiva di obblighi di non fare rientra ugualmente nel concetto di “prestazione”, in quanto, imponendo l’omissione di un comportamento altrimenti riconducibile alla sfera del legalmente lecito, è anch’essa restrittiva della libertà dei cittadini, suscettibile di essere incisa solo dalle determinazioni di un atto legislativo, direttamente o indirettamente riconducibile al Parlamento, espressivo della sovranità popolare.

6. – Nella materia in esame è intervenuto il decreto del Ministro dell’interno 5 agosto 2008 (Incolumità pubblica e sicurezza urbana: definizione e ambiti di applicazione). In tale atto amministrativo a carattere generale, l’incolumità pubblica è definita, nell’art. 1, come «l’integrità fisica della popolazione», mentre la sicurezza urbana è descritta come «un bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell’ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità nei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale». L’art. 2 indica le situazioni e le condotte sulle quali il sindaco, nell’esercizio del potere di ordinanza, può intervenire, «per prevenire e contrastare» le stesse. Il decreto ministeriale sopra citato può assolvere alla funzione di indirizzare l’azione del sindaco, che, in quanto ufficiale del Governo, è sottoposto ad un vincolo gerarchico nei confronti del Ministro dell’interno, come è confermato peraltro dallo stesso art. 54, comma 4, secondo periodo, del d.lgs. n. 267 del 2000, che impone al sindaco l’obbligo di comunicazione preventiva al prefetto dei provvedimenti adottati «anche ai fini della predisposizione degli strumenti ritenuti necessari alla loro attuazione». Ai sensi dei commi 9 e 11 dello stesso articolo, il prefetto dispone anche di poteri di vigilanza e sostitutivi nei confronti del sindaco, per verificare il regolare svolgimento dei compiti a quest’ultimo affidati e per rimediare alla sua eventuale inerzia. La natura amministrativa del potere del Ministro, esercitato con il decreto sopra citato, se assolve alla funzione di regolare i rapporti tra autorità centrale e periferiche nella materia, non può soddisfare la riserva di legge, in quanto si tratta di atto non idoneo a circoscrivere la discrezionalità amministrativa nei rapporti con i cittadini. Il decreto, infatti, si pone esso stesso come esercizio dell’indicata discrezionalità, che viene pertanto limitata solo nei rapporti interni tra Ministro e sindaco, quale ufficiale del Governo, senza trovare fondamento in un atto avente forza di legge. Solo se le limitazioni e gli indirizzi contenuti nel citato decreto ministeriale fossero stati inclusi in un atto di valore legislativo, questa Corte avrebbe potuto valutare la loro idoneità a circoscrivere la discrezionalità amministrativa dei sindaci. Nel caso di specie, al contrario, le determinazioni definitorie, gli indirizzi e i campi di intervento non potrebbero essere ritenuti limiti validi alla suddetta discrezionalità, senza incorrere in un vizio logico di autoreferenzialità. Si deve, in conclusione, ritenere che la norma censurata, nel prevedere un potere di ordinanza dei sindaci, quali ufficiali del Governo, non limitato ai casi contingibili e urgenti – pur non attribuendo agli stessi il potere di derogare, in via ordinaria e temporalmente non definita, a norme primarie e secondarie vigenti – viola la riserva di legge relativa, di cui all’art. 23 Cost., in quanto non prevede una qualunque delimitazione della discrezionalità amministrativa in un ambito, quello della imposizione di comportamenti, che rientra nella generale sfera di libertà dei consociati. Questi ultimi sono tenuti, secondo un principio supremo dello Stato di diritto, a sottostare soltanto agli obblighi di fare, di non fare o di dare previsti in via generale dalla legge.

7. – Si deve rilevare altresì la violazione dell’art. 97 Cost., che istituisce anch’esso una riserva di legge relativa, allo scopo di assicurare l’imparzialità della pubblica amministrazione, la quale può soltanto dare attuazione, anche con determinazioni normative ulteriori, a quanto in via generale è previsto dalla legge. Tale limite è posto a garanzia dei cittadini, che trovano protezione, rispetto a possibili discriminazioni, nel parametro legislativo, la cui osservanza deve essere concretamente verificabile in sede di controllo giurisdizionale. La stessa norma di legge che adempie alla riserva può essere a sua volta assoggettata – a garanzia del principio di eguaglianza, che si riflette nell’imparzialità della pubblica amministrazione – a scrutinio di legittimità costituzionale. La linea di continuità fin qui descritta è interrotta nel caso oggetto del presente giudizio, poiché l’imparzialità dell’amministrazione non è garantita ab initio da una legge posta a fondamento, formale e contenutistico, del potere sindacale di ordinanza. L’assenza di limiti, che non siano genericamente finalistici, non consente pertanto che l’imparzialità dell’agire amministrativo trovi, in via generale e preventiva, fondamento effettivo, ancorché non dettagliato, nella legge. Per le ragioni esposte, la norma censurata viola anche l’art. 97, primo comma, della Costituzione.

8. – L’assenza di una valida base legislativa, riscontrabile nel potere conferito ai sindaci dalla norma censurata, così come incide negativamente sulla garanzia di imparzialità della pubblica amministrazione, a fortiori lede il principio di eguaglianza dei cittadini davanti alla legge, giacché gli stessi comportamenti potrebbero essere ritenuti variamente leciti o illeciti, a seconda delle numerose frazioni del territorio nazionale rappresentate dagli ambiti di competenza dei sindaci. Non si tratta, in tali casi, di adattamenti o modulazioni di precetti legislativi generali in vista di concrete situazioni locali, ma di vere e proprie disparità di trattamento tra cittadini, incidenti sulla loro sfera generale di libertà, che possono consistere in fattispecie nuove ed inedite, liberamente configurabili dai sindaci, senza base legislativa, come la prassi sinora realizzatasi ha ampiamente dimostrato. Tale disparità di trattamento, se manca un punto di riferimento normativo per valutarne la ragionevolezza, integra la violazione dell’art. 3, primo comma, Cost., in quanto consente all’autorità amministrativa – nella specie rappresentata dai sindaci – restrizioni diverse e variegate, frutto di valutazioni molteplici, non riconducibili ad una matrice legislativa unitaria. Un giudizio sul rispetto del principio generale di eguaglianza non è possibile se le eventuali differenti discipline di comportamenti, uguali o assimilabili, dei cittadini, contenute nelle più disparate ordinanze sindacali, non siano valutabili alla luce di un comune parametro legislativo, che ponga le regole ed alla cui stregua si possa verificare se le diversità di trattamento giuridico siano giustificate dalla eterogeneità delle situazioni locali.

Per i motivi esposti, la norma censurata viola anche l’art. 3, primo comma, della Costituzione.

9. – Si devono ritenere assorbite le altre censure di legittimità costituzionale contenute nell’atto introduttivo del presente giudizio.

per questi motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE


dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 54, comma 4, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), come sostituito dall’art. 6 del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, nella parte in cui comprende la locuzione «, anche» prima delle parole «contingibili e urgenti».

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 aprile 2011. F.to:


Ugo DE SIERVO, Presidente

Gaetano SILVESTRI, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 7 aprile 2011. Il Direttore della Cancelleria F.to: MELATTI

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La sentenza è tratta da:


http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do



07 aprile 2011

Claudio Simeoni

Meccanico

Apprendista Stregone

Guardiano dell’Anticristo

P.le Parmesan, 8

30175 – Marghera Venezia

Tel. 3277862784