La Boje

La boje, la boje, teare che a va par sora! Ma mi no ghè sarò.

Il ragazzo con la rana

Il ragazzo con la rana
Muore il fanciullo e nasce l'adulto Umano; muore il girino e nasce l'adulto Rana. La Morte come nascita è ciò che i veneti hanno dimenticato. Per questo c'è crisi economica e angoscia sociale.

sabato 11 giugno 2016

Distruggere la Repubblica Parlamentare distruggendo la Costituzione

Qual è il significato sociale dell’Articolo Due introdotto dalla riforma
L'odio religioso voluto dai cristiani aprile 2015
assalto al Bosco Sacro di Jesolo
Costituzionale voluta dal Parlamento su istigazione di Matteo Renzi e della Boschi?
L’elezione dei Senatori è fatta in modo tale da sottrarla ai cittadini per far diventare il Senato un’associazione lobbistica che rappresenta interessi locali dei vari potentati che si costituiranno per l’occasione.

Riforma costituzionale: il testo pubblicato in Gazzetta Ufficiale

Disegno di legge, 12/04/2016, G.U. 15/04/2016
Approvato dalla Camera dei Deputati il 12 aprile 2016 e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016

CAMERA DEI DEPUTATI
TESTO LEGGE COSTITUZIONALE

 «Disposizioni per  il  superamento  del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento  dei  costi  di  funzionamento  delle  istituzioni,   la soppressione del CNEL e la revisione del  titolo  V  della  parte  II della Costituzione».
GU n.88 del 15-4-2016

Entro tre mesi dalla pubblicazione  nella  Gazzetta  Ufficiale  del testo seguente, un quinto dei membri di una Camera, o cinquecentomila elettori, o  cinque  Consigli  regionali  possono  domandare  che  si proceda al referendum popolare.

Art. 2. 
(Composizione ed elezione del Senato della Repubblica).

1. L'articolo 57 della Costituzione è sostituito dal seguente:
«Art. 57. – Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica.
I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori.
Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a due; ciascuna delle Province autonome di Trento e di Bolzano ne ha due.
La ripartizione dei seggi tra le Regioni si effettua, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, in proporzione alla loro popolazione, quale risulta dall'ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.
La durata del mandato dei senatori coincide con quella degli organi delle istituzioni territoriali dai quali sono stati eletti, in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri in occasione del rinnovo dei medesimi organi, secondo le modalità stabilite dalla legge di cui al sesto comma.
Con legge approvata da entrambe le Camere sono regolate le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica tra i consiglieri e i sindaci, nonché quelle per la loro sostituzione, in caso di cessazione dalla carica elettiva regionale o locale. I seggi sono attribuiti in ragione dei voti espressi e della composizione di ciascun Consiglio».


Cosa implica questa modifica:
Innanzi tutto il Senato è sottratto ai cittadini.
I cittadini eleggono i senatori solo indirettamente attraverso i Consigli Regionali che a loro volta eleggono i Senatori che a loro convengono. Non è più la persona o il Partito presente nel Senato della Repubblica, ma semplici funzionari senza ideali e senza dignità né politica né ideologica.

Verranno designate persone che rappresentano interessi economici, banche che truffano i clienti o imprenditori dediti ai crimini che useranno le Istituzioni per alimentare e favorire i propri traffici e i propri interessi magari anche senza commettere crimini perché tanto possono agire in sede Istituzionale.

Si possono aumentare o diminuire il numero dei  Senatori, ma sottrarli all’elezione da parte dei cittadini è un atto di eversione dell’Ordine democratico che qualifica un percorso preciso verso la dittatura fascista e nazista.

I Senatori non dipendono più degli elettori, ma dai Consigli Regionali e dagli interessi economici che controllano la Regione.

Quando si è pensato il Senato, si è pensato in modo da dare un equilibrio di maturità rispetto ad una Camera nella quale potevano essere elette persone più giovani. Si pensava che eleggendo persone oltre il quarantesimo anno d’età si sarebbero introdotte nel Parlamento persone con una certa esperienza di vita capaci di ponderare scelte di una Camera più legata allo spontaneismo giovanilista al di là delle idee sociali e politiche dei singoli deputati.

Con questa riforma si introducono nel Senato gli interessi economici e lobbistici propri delle singole regioni.

Il Senato diventa un braccio esecutivo delle Regioni all’interno del Parlamento della Repubblica Italiana.

Come la Camera diventa un braccio esecutivo de Governo, così il Senato, manifestato dalle Regioni, perde il suo potere sia di legiferare che di controllo dell’attività di Governo.

Sono Consiglieri e Sindaci che diventano Senatori e non cittadini con un indirizzo ideologico in cui direzionare l’azione legislativa e l’azione di Governo.

In questo viene limitata la discrezionalità del Presidente della Repubblica di eleggere Senatori a Vita che, comunque, in queste condizioni, diventa un atto puramente formale e privo di significato Istituzionale.

Ogni partito, in queste condizioni, può pensare di appropriarsi del Senato, ma si appropria di un guscio vuoto e privo di una reale funzione legislativa.

Troppe persone ambiscono a diventare le padrone dell’Italia e non è detto che, una volta distrutte le Istituzioni, sia la persona che pensiamo noi: l’Hitler e il Mussolini è sempre in agguato per impossessarsi delle Istituzioni.

Quelli di destra pensano di essere loro ad impossessarsi delle Istituzioni; quelli di Sinistra pensano di impossessarsi delle Istituzioni, ma non dimentichiamo che noi cittadini siamo gli oggetti posseduti da Istituzioni che stanno distruggendo la Repubblica. E’ inutile che la Costituzione mi garantisca la libertà religiosa, se io posso essere aggredito o non posso manifestare le mie idee religiose perché la modifica del codice penale rende impossibile la salvaguardia del mio diritto. E’ inutile che nella Costituzione ci sia la proibizione di torturare le persone ma si proteggono i Poliziotti torturatori, picchiatori e criminali.

Ed è ciò che sta avvenendo, si svuota la Costituzione di efficacia giuridica rendendo impossibile fruire dei diritti Costituzionali in modo da poter stuprare indisturbati i cittadini.

Si tratta di un colpo di stato che viene fatto non solo nella società, ma attraverso l’abbattimento.

Cosa impedisce alle cosche locali che inquinano, in assenza di Partiti Politici, come lo sfascio a Napoli del Partito Democratico in totale sbandamento, di infiltrare le Istituzioni Locali e ottenere nomina di senatori?

Come in questa situazione:

Campania. Misure cautelari a imprenditori dei Casalesi: a Di Lauro appalti del Cardarelli


È Ferdinando Di Lauro, l'imprenditore che ha avuto per anni quasi il monopolio degli appalti al Cardarelli, uno dei due destinatari dell'ordinanza spiccata dal gip su richiesta della Dda di Napoli. Con lui, nel blitz di oggi, è stato arrestato il socio, Andrea Grieco. L'indagine è stata coordinata dal pool antimafia coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli e condotta dai carabinieri del comando provinciale di Caserta.

Secondo le indagini, Di Lauro era espressione diretta del boss Antonio Iovine che oggi, da pentito, lo accusa. L'operazione ha portato anche al sequestro di beni per due milioni e mezzo di euro ad opera del Gico della guardia di finanza. Al centro delle accuse la turbata libertà degli incanti rispetto alla realizzazione dell'area Pip di Aversa, opera che non ha mai visto la luce.

Secondo l'accusa tra il 2007 e il 2011 grazie alle «amicizie» nel Comune di Aversa, Di Lauro riuscì ad aggiundicarsi l'appalto da 21 milioni per la realizzazione dell'Area Pip. Nell'inchiesta risulta indagato anche Vincenzo Di Federico, un altro imprenditore ritenuto vicino a Di Lauro e, quindi, a Iovine.

Secondo il pentito Iovine, Di Lauro non solo lo ha aiutato durante la sua latitanza, ma ha avuto rapporti stabili con la malavita del Vomero e del centro di Napoli, in particolare con i Mazzarella. Il collaboratore di giustizia sostiene che "Di Lauro aveva rapporti diretti con i gruppi criminali che controllano il Cardarelli e in un caso fece anche da intermediario tra loro e Michele Zagaria".

Tratto da:
http://www.ilmattino.it/caserta/appalto_a_imprenditore_dei_casalesi_due_misure_cautelari-1759459.html


E in Veneto la situazione è ancora peggiore, basta pensare ai miliardi di Euro sottratti al territorio con le operazioni di Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, Banco Popolare. Miliardi di Euro spariti con la complicità di magistrati che per stupidità o per complicità, Fojadelli aveva rapporti con la Banca Popolare di Vicenza, hanno aiutato a creare questo disastro economico: cosa impedisce a loro di entrare nel Senato passando per gli enti locali come Sindaci o Consiglio Regionale?

sabato 4 giugno 2016

Banche truffatrici e magistrati corrotti in Veneto

Le persone possono difendersi,
ma fintato che verranno costrette
in ginocchio  davanti al pederasta
in croce, saranno vittime delle Banche
più altri.
Mentre Michele Dalla Costa si divertiva con Felice Maniero (voleva farla passare come “mafia del Brenta”, ma era solo un manipolo di criminali), bande di criminali ben più feroci, indisturbate, si organizzavano in Veneto per spennare i coglioni che, costretti in ginocchio nelle parrocchie e violentati nella loro struttura psichica, diventavano le prede di organizzazioni “tipo mafia” che li avrebbero spennati come polli: altro che tangenti!

La mafia cresceva, ma nell’ideologia cristiana manifestata dal crocifisso, i magistrati non intervengono quando le persone vengono offese (vedi le denunce di donne che subiscono violenze e che quando vengono ammazzate si scopre che avevano già denunciato atti che avrebbero portato a questo), ma solo quando è opportuno, e come è opportuno, per la loro carriera (vedi i rapporti Previti-Nordio o l’azione di Nordio, lanciata a grandi titoli sui giornali a scopo diffamatorio, dell’inchiesta sui fondi neri del PCI finita in nulla). Non è che le banche non abbiano creato difficoltà al territorio Veneto ben prima di quanto è successo in questi due anni, ma i magistrati hanno ritenuto che i truffati (come le donne violentate) se la sono cercata.

E’ la mentalità cristiana, legittimata dal crocifisso che, sovrapposta alla legalità Costituzionale, annulla il diritto Costituzionale per riaffermare l’assolutismo della monarchia assolutista rappresentata dal crocifisso.

I magistrati fingono di non leggere un reato grave nelle azioni che fanno le banche, eppure è nel costume di Nordio e di Dalla Costa divertirsi a mettere in galera persone per reati banali trasformati in reati “gravi”; basta “interpretare” il reato di danneggiamento (che oggi non prevede nemmeno l’arresto) trasformandolo in reato di devastazione, che prevede l’ergastolo, e si può vessare e torturare impunemente le persone. Basta ignorare le condizioni associative che determinano il reato di associazione per delinquere o banda armata, per trasformare la semplice conoscenza fra persone in associazione criminale. Dunque, se volevano, avevano gli strumenti per fermare le Banche, ma, se non lo hanno fatto, dimostrano, quanto meno nei fatti, un loro coinvolgimento e una loro complicità soggettiva. Come del resto sta dimostrando complicità Rita Ugolini nelle devastazioni ambientali in Veneto. D’altronde erano già complici con l’ufficio della Procura della Repubblica nelle devastazioni per inquinamento anche con diossine messe in atto dalla Montedison di Cefis a porto Marghera. Reati di devastazione ambientale che hanno finto di non vedere, in nome del diritto del crocifisso di ammazzare le persone, portandoli, quando qualcuno li ha usati per la sua carriera politica (il torturatore Felice Casson), alla prescrizione.

Per i cittadini, pensare che la Procura di Venezia agisca per giustizia, appare un’utopia. Sembra quasi che i Procuratori e i sostituti facciano capo ad associazioni, più o meno segrete, che poco hanno a che vedere con i loro doveri d’ufficio. Di primo acchito vengono in mente le associazioni clerico-massoniche, ma dal momento che i cittadini sono privati della possibilità di controllarli (intercettarli o inquisirli) si può solo ipotizzare ed è facile sforare nelle fantasie complottiste quando, magari, è solo incapacità o disprezzo per i cittadini che, però, finiscono per favorire progetti criminali come quello di La Barbera che è sfociato nella manipolazione dei testimoni per gli attentati Falcone-Borsellino o per le torture al G8 di Genova.

Intanto, mentre loro giocano, in Veneto è successo questo:

Veneto Banca, il dramma dell'azionista che ha tentato il suicidio: "Non ci è rimasto più nulla"
Tensione a Montebelluna, un socio ha minacciato il suicidio nella sede dell'istituto di credito dopo aver perso molte migliaia di euro, pare alcuni milioni.

MONTEBELLUNA.Non c'è rimasto più nulla”. Claudio Fagan, 61 anni, di Montebelluna, parla con i cronisti al termine della lunga trattativa con i carabinieri. I militari lo hanno fatto desistere dal suo intento suicida: l'uomo, ex dirigente di una casa farmaceutica fallita, voleva farla finita nella sede di Veneto Banca.
Voleva farla finita perché lui, la sua famiglia, non hanno più nulla: prima dello scossone, Fagan e alcuni suo parenti detenevano azioni per due milioni di euro. Azioni che ora non valgono quasi più nulla. Questa mattina l'uomo si è presentato negli uffici direzionali di Veneto Banca, al quarto piano, per ritirare “i suoi soldi”: voleva due milioni di euro. I dirigenti si sono negati e lui è rimasto lì, in paziente attesa.

Tratto da:
http://tribunatreviso.gelocal.it/treviso/cronaca/2016/06/03/news/veneto-banca-azionista-minaccia-il-suicidio-davanti-al-direttore-1.13595226?ref=hftttrec-1

E ancora:


Cartelli, slogan e croci nere
va in scena il «funerale» di Zonin
Impiegati, casalinghe e pensionati aderiscono al «funerale»

MONTEBELLO (Vicenza) Croci nere attaccate con il nastro adesivo sulla villa di Gianni Zonin. E una folla di una sessantina di persone che, brandendo cartelli con accuse alla Banca Popolare di Vicenza e richieste alla procura di indagare, grida in coro «ladro, ladro» a più riprese. Tutti pensionati, impiegati, massaie: «Abbiamo perso i nostri risparmi con le azioni della Popolare», è la prevedibile spiegazione. Se in tutta Italia il 2 giugno si è celebrata la festa della Repubblica, in centro a Montebello l’associazione Federcontribuenti ne ha voluto così celebrare «il funerale: perché se si è in presenza di uno Stato che difende ladri e truffatori al posto dei cittadini onesti non c’è proprio nulla per cui far festa» attacca Marco Paccagnella, rappresentante dell’associazione di consumatori.

Tratto da:
http://corrieredelveneto.corriere.it/vicenza/notizie/cronaca/2016/2-giugno-2016/croci-nere-villa-zonin-240506766399.shtml

E ancora:

Banco, l’aumento costa già 1,4 miliardi
In Veneto il conto per i soci sale a 12,4
Verona fissa il prezzo. Con nuovi sacrifici dopo quelli pagati a Vicenza e Montebelluna

VERONA Il Banco Popolare fissa il prezzo dell’aumento di capitale, che è già costato ai soci 1,4 miliardi di euro. Un salasso ulteriore, che si aggiunge agli 11 miliardi bruciati con i drammatici aumenti di capitale di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, costati brutalmente ai soci l’azzeramento del valore delle azioni, portando il conto che stanno pagando gli azionisti delle banche venete per i rafforzamenti patrimoniali a 12,4 miliardi di euro. Condizioni diverse, certo, quelle del Banco rispetto agli altri due istituti, perché qui l’operazione, pretesa dalla Bce, è la base per la fusione con la Popolare di Milano che darà vita al terzo gruppo bancario italiano. Ma il sacrificio per i soci è comunque enorme, alla vigilia di un’operazione che dovrà iniettare un altro miliardo di euro dopo i 3,5 già versati tra 2011 e 2014. Il conto esce dalle condizioni definitive dell’aumento di capitale da un miliardo, approvate ieri pomeriggio dal cda di piazza Nogara, mentre il via libera dalla Consob alla pubblicazione del prospetto è atteso per oggi.

Tratto da:
http://corrieredelveneto.corriere.it/verona/notizie/economia/2016/3-giugno-2016/banco-l-aumento-costa-gia-14-miliardi-veneto-conto-soci-sale-124-240509861389.shtml

E’ stato possibile, da parte delle banche, truffare queste persone solo perché i Magistrati non sono intervenuti quando la chiesa cattolica li stuprava da bambini costringendoli in ginocchio a pregare il suo dio padrone rendendoli, di fatto, individui pronti per essere truffati dall’“autorità” o “chi di competenza”. In sostanza, i magistrati hanno ragionato in questo modo: “chi ce lo fa fare di perseguire reati così irrilevanti come lo stupro psichico dei bambini?”. E hanno continuato nel ragionamento: “Essendo l’uomo creato ad immagine e somiglianza di un dio pazzo, cretino e deficiente, è giusto che il cittadino, a sua immagine, sia indifeso e oggetto sociale di aggressione!”. Questo tipo di ragionamento, che viene fatto dai magistrati, se da un lato determina la loro indifferenza per il fatto che i Vigili Urbani aggrediscono i mendicanti per sottrarre loro pochi euro, dall’altro li rendono indifferenti al fatto che degli imbecilli, che da bambini sono stati costretti in ginocchio davanti al dio padrone, ora diano i loro soldi ad un’altra tipologia di padrone affinché li renda soggetti di carità, esattamente come i mendicanti.

Anche se ho scritto Il Crogiolo dello Stregone per aiutare le persone ad attrezzarsi davanti ai comportamenti oggettivamente criminali di queste persone, lo stupro che hanno ricevuto dall’educazione cristiana espone i cittadini ad essere oggetti di possesso del loro dio padrone, oggetti di possesso di una società civile organizzata per poterli rapinare.

O i cittadini imparano a difendersi da soli o sono destinati ad essere vittime di criminali che per annientare la loro vita li rendono complici di altri crimini come fa il Partito Politico della Lega che aizzandoli, incitando l’odio razziale contro i poveri, aiutano la chiesa cattolica e le banche a rendere i cittadini ciechi davanti ai crimini che vengono consumati nei loro confronti.

Io metto a disposizione gli strumenti, ma sono ben consapevole che le persone non sono in grado di usarli. Un cristiano che legge Il Crogiolo dello Stregone è come se un uomo del mesozoico (erano uomini, qualunque forma avessero in quel periodo i nostri progenitori) trovasse un fucile mitragliatore. Non saprebbe che farsene. Eppure, se avesse un po’ di passione, sarebbe utile ai suoi figli anziché metterli in ginocchio e violentarli per costringerli a pregare un pederasta in croce.


Intanto le banche truffano, i magistrati non vedono e cittadini idioti protestano derisi da una Ugolini Rita che qualche mese prima del suo matrimonio, nel 1982 si presenta in galera a Belluno con camicetta trasparente e reggiseno di pizzo (e io pensavo, ma quanto è stronza questa! Ma era d’accordo con le Brigate Rosse di Vittorio Olivero infatti, ha occultato il documento che gli ho consegnato.): e intanto la gente muore per inquinamento!

Andate a chiedere giustizia con gente di questo genere! Per questo le Banche possono truffare indisturbate i loro clienti. Quando andate a chiedere giustizia a magistrati di questo genere, sono pronti a sputarvi addosso se la vostra richiesta di giustizia non coincide con i loro interessi personali. Questi codardi non sanno nemmeno che cosa sia la giustizia. Per questo ai truffati dalle banche non resta che suicidarsi!

Come può essere diversamente?
Riporto dal giornale La Repubblica parte dell’articolo di Franco Vanni che conferma quanto scritto sopra delle relazioni e delle responsabilità esistenti nell’organizzazione della grande truffa della Banca Popolare di Vicenza.

Ispettori, magistrati e Gdf ecco la rete di protezione della Popolare Vicenza
Tutti i segnali del crac ignorati da Bankitalia e pm con l'aiuto anche di diplomatici e prefetti. Gli esposti sono rimasti inascoltati e oggi 118 mila risparmiatori chiedono giustizia

dal nostro inviato FRANCO VANNI

VICENZA - Li chiamavano "i pretoriani". E anche se nessuno lo ha mai esplicitato, nei corridoio della Popolare di Vicenza tutti intuivano quale fosse la loro missione: controllare i controllori. Adesso dicono che questa è sempre stata l'idea fissa di Gianni Zonin, presidente della banca dal 1996 allo scorso 23 novembre. E' stato lui, già celebre come re dei vini, a segnare l'ascesa e la caduta di questo istituto, che dal Veneto si è esteso in tutta Italia con 5 mila dipendenti e 482 filiali. Un castello di carte ridotto in cenere, bruciando in pochi mesi 6,2 miliardi di euro e lasciando sul lastrico 118 mila soci che avevano investito i loro risparmi in azioni passate dal valore di 62,5 euro a dieci centesimi. Il 2 giugno le vittime del crac hanno manifestato davanti alla villa di Zonin, chiedendo alla magistratura di sequestrarla. Ma ufficialmente non è più sua, perché si è liberato di ogni proprietà, forse pronto a trascorrere la vecchiaia nei suoi possedimenti esteri. Il crollo è stato rapidissimo mentre le indagini dei pm che lo hanno scalzato dal vertice dell'istituto sono lente, tanto da non prevedere sviluppi prima dell'autunno. Eppure nel corso degli anni i campanelli di allarme sulla solidità della banca, che sponsorizzava squadre sportive e finanziava film da Oscar come la "Grande Bellezza", non sono mancati: dal 2001 al 2014 ci sono stati esposti, ispezioni di Bankitalia e due inchieste della procura che avrebbero dovuto approfondire proprio gli elementi poi rivelatisi determinanti nello sgretolamento del forziere vicentino.

Ad esempio, secondo quanto accertato dalla Bce negli anni passati, la crescita di BpVi che nel ventennio di Zonin ha portato all'acquisizione di Banca Nuova e Cari Prato è stata sostenuta imponendo ai soci l'acquisto di azioni della stessa banca come condizione necessaria per la concessione di prestiti. Una pratica denunciata da gruppi di piccoli risparmiatori già agli esordi della presidenza di Gianni Zonin. "Sin dall'inizio il suo intento era mettere al riparo la Popolare di Vicenza da verifiche e guai giudiziari - dice Renato Bertelle, avvocato di Malo, presidente dell'associazione nazionale azionisti BpVi -. Come lo ha fatto? Con nomine e assunzioni. Ha creato una rete di protezione, per evitare che franasse tutto. Ha cercato di mettere a libro paga quelli che potevano dargli fastidio, o i loro capi. E in molti casi ce l'ha fatta". Non è un caso che fra le prime iniziative del nuovo amministratore delegato Francesco Iorio ci sia stata la sostituzione dei "pretoriani", arruolati ai vertici delle istituzioni che avrebbero dovuto tenere sotto controllo la banca. Porte girevoli che hanno permesso di passare dai ranghi della magistratura, delle Fiamme Gialle, di Bankitalia a quelli della Popolare.

[…]

Affari di famiglia. Le segnalazioni che hanno dato il via all'ispezione della Banca d'Italia finiscono sui tavoli della procura di Vicenza, che nello stesso 2001 apre un'inchiesta. Zonin viene indagato per falso in bilancio. Secondo gli esposti, gli amministratori avrebbero fatto sparire dal rendiconto del 1998 quasi 58 miliardi di lire di minusvalenze, frutto dell'acquisto di derivati. All'attenzione dei pm vicentini vengono portate anche alcune operazioni immobiliari intraprese dalla banca nel 1999 con la società Querciola Srl diretta da Silvano Zonin, fratello di Gianni. L'istituto avrebbe pagato affitti per un valore eccessivo, con danno per i soci. L'allora procuratore capo, Antonio Fojadelli, avoca a sé il fascicolo. Esperto in criminalità organizzata - aveva guidato le inchieste sulla mala del Brenta - chiede l'archiviazione. Il gip Cecilia Carreri respinge la richiesta e ordina l'imputazione coatta per Zonin. Ma nel 2005 la giudice viene travolta da uno scandalo dai contorni oscuri, nato dalla pubblicazione di una sua foto sul giornale locale. Per Zonin la vicenda si chiude con una sentenza di non luogo a procedere. Fojadelli nel 2011 lascia la magistratura e tre anni dopo Zonin lo chiama nel cda della Nord Est Merchant, detenuta da BpVi. Direttamente dalla guardia di finanza arriva invece Giuseppe Ferrante, ex capo del nucleo di polizia Tributaria di Vicenza, già dal 2006 responsabile della direzione Antiriciclaggio della banca. Anche l'avvocato Massimo Pecori, figlio di uno dei pm di punta della procura cittadina, ottiene incarichi per l'istituto. Ma, come spiega lui stesso, la Popolare "ha centinaia di legali sotto contratto". L'istituto di Zonin infatti è il simbolo stesso della ricchezza in un NordEst che all'epoca non conosce crisi.

[…]

Nel 2012 Zonin appare ancora forte, come il gruppo che guida. Da un anno il prezzo delle azioni è fissato a 62,5 euro e il numero dei soci (che nel 2008 erano 60mila) lievita. È in quei mesi che il cda di Banca Nuova istituto con 100 sportelli in Sicilia, creato nel 2000 a Palermo da BpVi - nomina come consigliere indipendente Manuela Romei Pasetti, già presidente della Corte d'Appello di Venezia, competente sul territorio di Vicenza. "Zonin, come sempre nella sua vita, ha fatto le cose in grande anche quando si è trattato di comporre i cda di fondazioni e controllate - dice l'avvocato Bertelle - verso la fine della sua avventura in banca, aveva così tanto potere da portarsi in casa prefetti e diplomatici". Il prefetto è Sergio Porena, rappresentante degli Interni a Vicenza fra il 1989 e il 1991, e già probiviro di BpVi. Zonin gli apre le porte del cda della Fondazione Roi, di cui lui stesso è presidente. Il diplomatico è Sergio Vento, già ambasciatore a Parigi, ingaggiato da Zonin come vice presidente di Nord Est Merchant Due, società di risparmio gestito di BpVi. Nulla di straordinario. In centri di provincia come Vicenza, Arezzo, Treviso, Chieti, Ancona, Ferrara gli istituti locali erano il cuore della ricchezza e del potere, elargivano finanziamenti, incarichi e offrivano prestigiose poltrone. In ogni città si è ripetuto un copione simile, con controllori incapaci di riconoscere i segnali del crollo.

Tratto da:
http://www.repubblica.it/economia/finanza/2016/06/04/news/ispettori_magistrati_e_gdf_ecco_la_rete_di_protezione_della_popolare_vicenza-141264456/


Questo è il terrorismo che avanza, bisogna che i singoli imparino a difendersi.



Imparate ad essere uomini e donne
anziché pecore del gregge del dio padrone.

Claudio Simeoni

mercoledì 1 giugno 2016

Trattare il reato di scippo con una pena proporzionata al reato.

Si alla Costituzione
No all'odio del dio padrone cristiano
Un altro tentativo criminale messo in atto dal governo Berlusconi nel 2008 è stato cassato, otto anni dopo, dalla Corte Costituzionale.
Diventa sempre più difficile cassare tutti i delitti di terrorismo che vengono fatti contro la Nazione Italiana da politici che fanno dell’ideologia cristiana, con la sua variabile nazista, la forza guida delle loro azioni.
Il piacere di politici corrotti di aggravare le pene per i piccoli malfattori e proteggere i corruttori, gli evasori e i trafficanti di lavoro nero con pene irrisorie, offende ed ingiuria la società civile.

Quando è chiamata a decidere la Corte Costituzionale interviene, ma intanto i danni sono fatti. Leggi inique hanno derubato i cittadini di quella giustizia che la Costituzione garantisce loro e i terroristi che hanno votato leggi contrarie alla Costituzione continuano a minacciare di morte i cittadini con leggi incostituzionali.

SENTENZA N. 125

ANNO 2016


REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Paolo GROSSI; Giudici : Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON, Franco MODUGNO, Augusto Antonio BARBERA, Giulio PROSPERETTI,

ha pronunciato la seguente
SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, promosso dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli, con ordinanza del 5 settembre 2014, iscritta al n. 105 del registro ordinanze 2015 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 23, prima serie speciale, dell’anno 2015.
Visto l’atto di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nella camera di consiglio del 6 aprile 2016 il Giudice relatore Giorgio Lattanzi.

Ritenuto in fatto

1.– Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli, con ordinanza del 5 settembre 2014 (r.o. n. 105 del 2015), ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, «nella parte in cui prevede “624-bis del codice penale”».

Il giudice rimettente premette che, con sentenza del Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli dell’8 ottobre 2010, divenuta definitiva il 4 dicembre 2012, L.C. era stato condannato alla pena di un anno e quattro mesi di reclusione e di 400 euro di multa, per il delitto previsto dagli artt. 624-bis e 61, numero 5), del codice penale, perché «si impossessava mediante strappo della borsa di D.A., fatto questo aggravato dall’aver profittato di circostanze oggettive – ora tarda – tali da ostacolare la pubblica e privata difesa».

Il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Napoli – prosegue il giudice a quo – aveva emesso, il 5 agosto 2013, l’ordine di esecuzione a carico di L.C. per la pena residua di cinque mesi e due giorni di reclusione e, contestualmente, aveva chiesto al Giudice dell’udienza preliminare del medesimo Tribunale di sospenderlo, «dando una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 656 co. 9 lett. a) del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2 lett. m) del decreto legge n. 92, convertito in legge 24 luglio 2008, n. 125», ovvero di sollevare una questione di legittimità costituzionale.

Secondo la prospettazione del giudice rimettente, l’istanza proposta dal pubblico ministero configura una richiesta di incidente di esecuzione in quanto riguarda l’efficacia in via transitoria del titolo esecutivo, e la richiesta sarebbe stata indirizzata correttamente perché il pubblico ministero non avrebbe, secondo la costante giurisprudenza costituzionale, la legittimazione a promuovere il giudizio di legittimità costituzionale. Il pubblico ministero sarebbe tenuto a sollecitare i poteri decisori del giudice competente a conoscere delle questioni relative al titolo esecutivo, che è appunto il giudice dell’esecuzione, ossia, nel caso di specie, il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli.

La questione sarebbe rilevante nel giudizio a quo, in quanto il pubblico ministero ha chiesto al giudice dell’esecuzione la sospensione dell’ordine di esecuzione, perciò dovrebbe trovare applicazione l’art. 656 cod. proc. pen.

La questione sarebbe inoltre non manifestamente infondata con riferimento all’art. 3 Cost., perché la norma impugnata sarebbe in contrasto con i principi di ragionevolezza, uguaglianza e proporzionalità.

Ricostruito il quadro normativo di riferimento, il giudice rimettente osserva che l’art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen. preclude la sospensione dell’esecuzione delle pene detentive inferiori ai tre anni nei confronti dei condannati per il delitto di furto con strappo e non anche nei confronti dei condannati per il delitto di rapina, dato che «la rapina semplice […] non rientra tra i reati elencati nell’art. 4 bis L. 354/75», per i quali – in virtù di «una particolare capacità a delinquere» di chi li ha commessi presunta dal legislatore – non può essere disposta la sospensione dell’esecuzione.
Ciò posto, secondo l’ordinanza di rimessione, «la paradossale scelta legislativa di prevedere una modalità esecutiva più gravosa per il condannato per il furto con strappo comporta che l’eventuale condotta ulteriore di minaccia o violenza rispetto a due fattispecie identiche consentirebbe a chi l’ha commessa di poter beneficiare, in fase di esecuzione, del decreto di sospensione dell’esecuzione, diversamente da colui che si sia limitato a commettere un’azione volta all’impossessamento, con violenza sulla cosa, e tuttavia priva di violenza o minaccia alla persona».

L’irragionevolezza della norma censurata emergerebbe anche «dal fatto che è considerato pericoloso – e dunque meritevole della carcerazione – chi ha commesso un reato di modesta gravità ed ha riportato condanna ad una pena detentiva breve, a differenza del soggetto il quale si sia reso responsabile di un reato più grave e perciò sia stato condannato ad una pena detentiva elevata, tenuto conto che il limite di tre anni, previsto dall’art. 656, comma 5, cod. proc. pen. ai fini della sospensione dell’esecuzione trova applicazione anche con riguardo alle pene residue».

La questione, conclude il giudice a quo, sarebbe non manifestamente infondata pure con riferimento all’art. 27, terzo comma, Cost., in quanto «[l]’applicazione rigida ed automatica della detenzione carceraria […], senza possibilità di una valutazione da parte del Tribunale di Sorveglianza dell’idoneità ed opportunità di eventuali misure alternative alla detenzione, risulta in contrasto con la finalità rieducativa della pena».
Peraltro, l’istituto della sospensione dell’esecuzione delle pene detentive brevi troverebbe giustificazione proprio nella finalità rieducativa della pena, essendo volto ad evitare l’impatto con la struttura carceraria, e si fonderebbe su una presunzione di scarsa pericolosità sociale basata sull’entità della pena irrogata. «[S]immetricamente, i divieti alla sospensione dell’esecuzione previsti dall’art. 656, comma 9, cod. proc. pen., sono fondati sulla presunzione di pericolosità in relazione al titolo del reato, alla gravità della sanzione edittale o al particolare allarme sociale destato da talune condotte criminose, cui si affiancano condizioni d’accertata pericolosità».

Nel caso di specie, la norma censurata avrebbe introdotto «una aprioristica presunzione di pericolosità del tutto eccentrica nel sistema dell’esecuzione penale delle pene detentive brevi, con conseguenze paradossali sul piano della coerenza del sistema, in contrasto con i principi di uguaglianza e della finalità necessariamente rieducativa della pena».

2.– È intervenuto in giudizio, con atto depositato il 30 giugno 2015, il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, e ha chiesto che la questione di legittimità costituzionale sia dichiarata inammissibile o infondata.

Secondo la difesa dello Stato, la questione coinvolgerebbe scelte discrezionali, riservate al legislatore perché relative alle condotte punibili e alla quantificazione delle relative sanzioni, che sono sindacabili solo nel caso di manifesta irragionevolezza.
Nel caso di specie, «la scelta compiuta dal legislatore [non sarebbe] connotata da irragionevolezza», in quanto persegue l’obiettivo di politica criminale volto a «fronteggiare taluni problemi di ordine e sicurezza pubblica causati da gravissimi fenomeni di criminalità, anche di natura locale, tali da determinare un grave senso di insicurezza e di timore nella popolazione».
3.– Con memoria difensiva depositata in prossimità della camera di consiglio, la difesa dello Stato ha ribadito la ragionevolezza della scelta legislativa di precludere la sospensione dell’esecuzione della pena detentiva nei confronti dei condannati per determinati delitti, «tenuto conto di una particolare e maggiormente qualificata offensività dei reati di furto e di furto con strappo rispetto ad altre fattispecie penali».
La norma censurata inoltre non potrebbe essere ritenuta incompatibile con la finalità rieducativa della pena sancita dall’art. 27, terzo comma, Cost.

Considerato in diritto

1.– Il Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale ordinario di Napoli dubita, in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione, della legittimità costituzionale dell’art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, «nella parte in cui prevede “624-bis del codice penale”».

L’art. 624-bis del codice penale disciplina due reati, il furto in abitazione e il furto con strappo, ma la questione riguarda solo il secondo reato. Il giudice rimettente, infatti, denuncia la violazione dei principi di uguaglianza, ragionevolezza e proporzionalità sanciti dall’art. 3 Cost, rilevando che, mentre per il furto con strappo l’art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen. vieta la sospensione dell’esecuzione, un uguale divieto non è previsto per la rapina semplice.

Secondo l’ordinanza di rimessione, «la paradossale scelta legislativa di prevedere una modalità esecutiva più gravosa per il condannato per il furto con strappo comporta che l’eventuale condotta ulteriore di minaccia o violenza rispetto a due fattispecie identiche consentirebbe a chi l’ha commessa di poter beneficiare, in fase di esecuzione, del decreto di sospensione dell’esecuzione, diversamente da colui che si sia limitato a commettere un’azione volta all’impossessamento, con violenza sulla cosa, e tuttavia priva di violenza o minaccia alla persona». Da ciò la violazione del principio di uguaglianza e la manifesta irragionevolezza della norma censurata.

L’irragionevolezza emergerebbe anche «dal fatto che è considerato pericoloso – e dunque meritevole della carcerazione – chi ha commesso un reato di modesta gravità ed ha riportato condanna ad una pena detentiva breve, a differenza del soggetto il quale si sia reso responsabile di un reato più grave e perciò sia stato condannato ad una pena detentiva elevata, tenuto conto che il limite di tre anni, previsto dall’art. 656, comma 5, cod. proc. pen. ai fini della sospensione dell’esecuzione trova applicazione anche con riguardo alle pene residue».

Ad avviso del giudice rimettente, la norma censurata violerebbe pure l’art. 27, terzo comma, Cost., in quanto – essendo fondati «i divieti alla sospensione dell’esecuzione previsti dall’art. 656, comma 9, cod. proc. pen. […] sulla presunzione di pericolosità in relazione al titolo del reato, alla gravità della sanzione edittale o al particolare allarme sociale destato da talune condotte criminose» – essa avrebbe introdotto «una aprioristica presunzione di pericolosità del tutto eccentrica nel sistema dell’esecuzione penale delle pene detentive brevi, con conseguenze paradossali sul piano della coerenza del sistema, in contrasto con i principi di uguaglianza e della finalità necessariamente rieducativa della pena».

2.– La questione è fondata.

La lettera a) del comma 9 dell’art. 656 cod. proc. pen. stabilisce che per i condannati per i delitti di cui all’art. 624-bis cod. pen. non può essere disposta la sospensione dell’esecuzione prevista dal precedente comma 5. Per contro, la disposizione in esame non contiene un’analoga previsione nei confronti dei condannati per il delitto di rapina.
Questo delitto, inoltre, non rientra neanche nell’elenco dei reati di cui all’art. 4-bis della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), per i quali pure non può essere disposta la sospensione dell’esecuzione: in tale elenco, infatti, figura solo la rapina aggravata, prevista dall’art. 628, terzo comma, cod. pen.

La distinzione tra la fattispecie incriminatrice del furto con strappo (art. 624-bis, secondo comma, cod. pen.) e quella della rapina (art. 628 cod. pen.) risiede nella diversa direzione della violenza esplicata dall’agente. Sussiste un furto con strappo quando la violenza è immediatamente rivolta verso la cosa, e solo indirettamente verso la persona che la detiene; costituisce invece una rapina l’impossessamento della cosa mobile altrui mediante una violenza diretta sulla persona.

Nel furto con strappo la vittima può risentire della violenza solamente in modo riflesso, come effetto della violenza impiegata sulla cosa per strapparla di mano o di dosso alla persona, mentre nella rapina la violenza alla persona costituisce il mezzo attraverso il quale avviene la sottrazione. Così, se lo strappo non basta per ottenere l’impossessamento e viene di conseguenza esercitata una violenza sulla persona, è ravvisabile una rapina.

Non sono rari i casi in cui, nel progredire dell’azione delittuosa, il furto con strappo si trasforma in una rapina, per la necessità di vincere la resistenza della vittima, o anche in una rapina impropria, per la necessità di contrastare la reazione della vittima dopo la sottrazione della cosa. In questi casi, tra il furto con strappo e la rapina si verifica una progressione nell’offesa, in quanto la lesione si estende dal patrimonio alla persona, giungendo a metterne in pericolo anche l’integrità fisica, ed è incongrua la normativa che, pur prevedendo per la rapina una pena assai più grave, riconosce a chi ne è autore un trattamento più vantaggioso in sede di esecuzione della pena.

Questa Corte ha già chiarito che l’art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen., laddove pone il divieto della sospensione dell’esecuzione prevista dal comma 5 dello stesso articolo, si fonda su una «presunzione di pericolosità che concerne i condannati per i delitti compresi nel catalogo» indicato in tale lettera (ordinanza n. 166 del 2010), e con ragione il giudice rimettente ha rilevato che gli indici di pericolosità che possono ravvisarsi nel furto con strappo si rinvengono, incrementati, anche nella rapina.
La disparità di trattamento perciò non si giustifica, non tanto per la maggiore gravità della rapina rispetto al furto con strappo, quanto per le caratteristiche dei due reati, che non consentono di assegnare all’autore di un furto con strappo una pericolosità maggiore di quella riscontrabile nell’autore di una rapina attuata mediante violenza alla persona.

Deve pertanto concludersi che la censura nei confronti dell’art. 656, comma 9, lettera a), cod. proc. pen., formulata dal giudice rimettente per la violazione dell’art. 3 Cost., è fondata, e che di conseguenza va dichiarata l’illegittimità costituzionale di tale disposizione, nella parte in cui stabilisce che non può essere disposta la sospensione dell’esecuzione nei confronti delle persone condannate per il delitto di furto con strappo.

Resta assorbita la censura relativa all’art. 27, terzo comma, Cost.

Per Questi Motivi
LA CORTE COSTITUZIONALE

dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 656, comma 9, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2, comma 1, lettera m), del decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 luglio 2008, n. 125, nella parte in cui stabilisce che non può essere disposta la sospensione dell’esecuzione nei confronti delle persone condannate per il delitto di furto con strappo.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 6 aprile 2016.
F.to:
Paolo GROSSI, Presidente
Giorgio LATTANZI, Redattore
Roberto MILANA, Cancelliere
Depositata in Cancelleria l'1 giugno 2016.
Il Cancelliere
F.to: Roberto MILANA


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Tratto dal sito della Corte Costituzionale. In data:
01 giugno 2016