La Boje

La boje, la boje, teare che a va par sora! Ma mi no ghè sarò.

Il ragazzo con la rana

Il ragazzo con la rana
Muore il fanciullo e nasce l'adulto Umano; muore il girino e nasce l'adulto Rana. La Morte come nascita è ciò che i veneti hanno dimenticato. Per questo c'è crisi economica e angoscia sociale.

sabato 19 novembre 2016

Parmenide di Platone e la Stregoneria

La capacità di analisi e di critica
è l'arma con cui la vita costruisce
sé stessa: sempre!
Quando parlo delle difficoltà nell’analisi del Parmenide di Platone, non mi riferisco solo allo scritto, ma anche alla struttura mentale che sta dietro lo scritto e che, per quello che ho analizzato fino ad ora, non si trova negli altri scritti di Platone. Spesso gli scritti che ho analizzato di Platone sono puerili, favolistici e sempre cattivi e violenti.

Il Parmenide è perverso e la sua perversione si genera da un contesto psico-emotivo particolare con delle finalità che definire “diaboliche”, mi sembra il minimo.

Il pericolo nell’analizzare il Parmenide di Platone è quello di fermarsi ad una lettura superficiale o iniziare un’analisi approfondita e poi fermarsi a metà.

In effetti, alla prima lettura avevo capito un insieme di cose. La lettura di Hegel mi ha permesso di capire una serie di passaggi del Parmenide, e in quel momento, tutto mi appariva chiaro.

Ora che lo sto passando (e non l’ho mai fatto per nessun testo prima d’ora) frase per frase montando e rimontando i discorsi di Platone, mi sto rendendo conto della drammaticità del Parmenide e di come tutta la fortuna filosofica di Hegel sia dipesa da una lettura un po’ più attenta, rispetto agli altri studiosi, di questo testo.

I soggetti che partecipano a questo testo come l’Uno, il Tutto, l’Essere, Altri, Diverso, Simile, Diversità, Uguale ecc. sono tutti soggetti e vanno trattati come “nomi propri” e non possono essere unificati in un unico ente, come hanno fatto i cristiani con l’interpretazione del Parmenide di Platone.

Faccio un esempio e riporto dalla traduzione del Parmenide di Platone di Giovanni Reale questo passo:

«Adesso considera anche questo aspetto». 
«Quale?»,
«Noi diciamo che l'Uno partecipa dell'Essere e che per questo è?».
«Sì».
«E per questo l'Uno-che-è ci è apparso molteplice?».
«Proprio così».
«Che dunque? L'Uno in sé, che noi diciamo partecipare dell'Essere, se con il pensiero riusciamo a considerarlo in sé, da solo, senza questo di cui diciamo che partecipa, allora ci apparirà solo uno o anche molteplice?».
«Io credo uno».
«Vediamo allora: è necessario che una cosa sia il suo Essere, un'altra esso stesso, se l'Uno non è l'Essere, ma partecipa dell'Essere in quanto Uno».
«Necessario».
«Dunque, se una cosa è l'Essere, un'altra l'Uno, l'Uno non è diverso dall'Essere perché è Uno, né l'Essere è altro dall'Uno perché è Essere, ma sono diversi tra loro per la Diversità e l'Alterità».
«Senza dubbio».
«Perciò la Diversità non è uguale né all'Uno né all'Essere».
«Come potrebbe, infatti».
«Che dunque? Se tra questi prendiamo l'Essere e la Diversità, se vuoi, oppure l'Essere e l'Uno, o l'Uno e la Diversità, allora non prendiamo forse ogni volta una realtà, che giustamente deve essere chiamata coppia?».
«Come dici?».
«Così: si può dire "Essere"?».
«Si può».
«E poi ancora dire "Uno"?».
«Anche questo».
«Non abbiamo così nominato ciascuno di essi?».
«Sì».
«E allora, quando dico "Essere e Uno", io non indico la coppia insieme?».
«Senza dubbio».
«Dunque, anche se dico "Essere e Diversità", oppure "Diversità e Uno", non dico forse, ogni volta, la coppia?».
«Sì».
«E questi che giustamente sono definiti coppia, è possibile che siano una coppia senza essere due?».
«Non è possibile».
«Ma se questi sono due, c'è qualche mezzo perché ognuno di loro non sia uno?».
«Nessuno».
«Ciascun termine, quindi, proprio in quanto parte di una dualità, sarà Uno».
«È evidente».
«Ma se ciascuno di questi è Uno, aggiungendone uno qualsiasi a una qualsiasi coppia, non diventa forse tre il tutto?».
«Sì».
«Il tre non è dispari e il due pari?».
«Come no!»,
«E che? Se c'è il due, non deve necessariamente esserci il due volte, e se c'è il tre il tre volte, se è proprio del due essere due volte uno, e del tre essere tre volte uno?»,
«È necessario che sia così».

--fine citazione---
La prima cosa da fare è ripulire il testo del Parmenide dagli “intercalari” che Platone attribuisce a Socrate.
Una volta pulito, questo testo si presenta in questo modo:

«Adesso considera anche questo aspetto».
«Noi diciamo che l'Uno partecipa dell'Essere e che per questo è?». 
«E per questo l'Uno-che-è ci è apparso molteplice?».
«Che dunque? L'Uno in sé, che noi diciamo partecipare dell'Essere, se con il pensiero riusciamo a considerarlo in sé, da solo, senza questo di cui diciamo che partecipa, allora ci apparirà solo uno o anche molteplice?».
«Vediamo allora: è necessario che una cosa sia il suo Essere, un'altra esso stesso, se l'Uno non è l'Essere, ma partecipa dell'Essere in quanto Uno».
«Dunque, se una cosa è l'Essere, un'altra l'Uno, l'Uno non è diverso dall'Essere perché è Uno, né l'Essere è altro dall'Uno perché è Essere, ma sono diversi tra loro per la Diversità e l'Alterità».
«Perciò la Diversità non è uguale né all'Uno né all'Essere».
«Che dunque? Se tra questi prendiamo l'Essere e la Diversità, se vuoi, oppure l'Essere e l'Uno, o l'Uno e la Diversità, allora non prendiamo forse ogni volta una realtà, che giustamente deve essere chiamata coppia?».
«Così: si può dire "Essere"?».
«E poi ancora dire "Uno"?».
«Non abbiamo così nominato ciascuno di essi?».
«E allora, quando dico "Essere e Uno", io non indico la coppia insieme?».
«Dunque, anche se dico "Essere e Diversità", oppure "Diversità e Uno", non dico forse, ogni volta, la coppia?».
«E questi che giustamente sono definiti coppia, è possibile che siano una coppia senza essere due?».
«Ma se questi sono due, c'è qualche mezzo perché ognuno di loro non sia uno?».
«Ciascun termine, quindi, proprio in quanto parte di una dualità, sarà Uno».
«Ma se ciascuno di questi è Uno, aggiungendone uno qualsiasi a una qualsiasi coppia, non diventa forse tre il tutto?».
«Il tre non è dispari e il due pari?».
«E che? Se c'è il due, non deve necessariamente esserci il due volte, e se c'è il tre il tre volte, se è proprio del due essere due volte uno, e del tre essere tre volte uno?»,

--fine citazione ripulita---
Ci vuole un po’ per capire che il termine “Essere” non andrebbe scritto con la lettera maiuscola se non nell’interpretazione dei cristiani. Infatti, se un individuo ha un insieme sinapsico che forma un reticolato neuronale tarato sul monoteismo e sul cristianesimo, il termine Essere assume il senso del “il dio padrone”. Questo perché nel cristianesimo solo il dio padrone è, e la sua parola, in quanto parola creatrice, genera l’esistente.

Ma se l’insieme della struttura sinapsica forma un reticolato neuronale nel cervello della persona e questo è tarato sulla costruzione del futuro, il termine Essere non sta a significare il soggetto, ma “il venir in essere”, il venir alla vita in un insieme, l’Uno, che non è né vita né coscienza e, pertanto, non andrebbe scritto con la U maiuscola, come piace al fanatico cristiano Giovanni Reale, ma con la U minuscola con cui scrive il numero uno.

E’ proprio il venir in essere della coscienza che distingue l’Essere divenuto da un Uno che è inconsapevole e che, pertanto, va letto come il nulla dell’esistenza.

Questa condizione filosofica è propria di alcune cosmologie egiziane.

Pertanto, l’interpretazione dell’Uno che ne dava Plotino, è una formulazione creazionista dell’Uno costruita da Plotino e che, per quanto possa essere fatta risalire al Parmenide di Platone, ne modifica di fatto il significato in termini di creazionismo cristiano.

Per capire il Parmenide di Platone, non basta smontare e rimontare il testo, ma è necessario ristrutturare le proprie connessioni neuronali avvicinandosi non solo al contesto culturale che ha prodotto ciò che Platone voleva dire, ma anche alla mentalità di un tempo in cui l’azione di Platone, nella difesa dei propri interessi, agiva per traghettare la forma di pensiero della Democrazia nella legittimazione della tirannide.

In cosa consiste l’operazione di Stregoneria nell’interpretazione di un testo come il Parmenide?
Quando smonti il testo e lo rimonti analizzando un significato che non appartiene al tempo presente, ma ad un passato dimenticato per farlo rinascere nel tempo presente, hai modificato anche la struttura mentale con cui hai affrontato il problema, la struttura fisica, le connessioni neuronali e l’intero reticolato sinapsico, compresa la percezione con la quale guardi e pensi il mondo: e questo si chiama STREGONERIA!


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